Il Tirreno

Brexit ammazzasogni da Sting a Elton John i big ora temono lo stop alle tournée

Sergio Braccini

L’uscita della Gran Bretagna dall’Europa e la catena di visti pregiudicano la ripresa dei concerti. Protestano 110 artisti

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LONDRA. I primi tra i grandi del firmamento rock a schierarsi apertamente contro gli effetti economici del lockdown e le restrizioni imposte dal governo britannico e dall’Unione europea per cercare di arginare la diffusione del coronavirus sono stati Van Morrison e Eric Clapton.

Il cantautore irlandese, prima, e subito dopo il leggendario chitarrista inglese, nelle scorse settimane hanno pubblicato brani il cui ricavato commerciale servirà a sostenere i musicisti che non lavorano dall’inizio della pandemia. «Dobbiamo alzarci in piedi e fare qualcosa per far fronte a questo enorme problema», aveva detto “Slowhand” Clapton in occasione del lancio del brano “Stand and deliver” scritto insieme a Morrison. Il quale, da parte sua, si era augurato che il progetto comune potesse servire a smuovere le acque «perché è straziante vedere così tanti musicisti di talento privi di un sostegno da parte del governo». Ora, a quelli della pandemia, si sono aggiunti i danni della Brexit. E il fiume della protesta ha rotto gli argini, sotto la spinta anche di molti altri big. Tra loro ci sono Sting, Elton John, Ed Sheeran, Liam Gallagher, Radiohead, Bob Geldof, Brian May dei Queen, Robert Plant dei Led Zeppelin, Peter Gabriel e Kim Wilde. Ma anche cantautori come Judith Weir, il direttore Simon Rattle e la violoncellista Nicola Benedetti. Sono già più di centodieci artisti. E sono molto irritati e delusi dal governo britannico: protestano per come la musica – soprattutto le band itineranti – siano state «vergognosamente abbandonate» dopo la scelta della Brexit.

Lo fanno in una lettera pubblicata dal Times in cui denunciano come gli accordi «abbiano reso l’Europa una no-go zone per i musicisti». Dopo la fine della libera circolazione tra il continente e il Regno Unito si devono ottenere visti individuali prima di recarsi in qualsiasi Paese dell’Unione europea, con conseguenti balzelli aggiuntivi (anche permessi di 350 sterline per strumenti musicali e altre attrezzature) e beghe burocratiche che renderanno «molti tour insostenibili». Londra e Bruxelles si incolpano a vicenda per questa situazione «ma – dicono i firmatari – a farne le spese saranno i musicisti, specialmente i giovani e gli emergenti, che già fanno fatica ad andare avanti». E con loro i milioni di fan europei che dovranno rinunciare a vedere tanti artisti, quando la pandemia consentirà di tornare a tenere concerti e altre manifestazioni. I costi aggiuntivi renderanno impraticabili le tournée.

Tutta l’industria musicale del Regno Unito è stata già devastata dalla pandemia e le nuove restrizioni rendono più faticosa e lontana la prospettiva di un ritorno alle sale da concerto, ai tour e ai festival. Il negoziatore europeo della Brexit, Michel Barnier, ha negato di essersi opposto alla libera circolazione dei musicisti durante i colloqui, assicurando di aver presentato a Londra «proposte abbastanza ambiziose in termini di mobilità». Secondo il quotidiano The Independent, sarebbe stata Londra a rifiutare una proposta standard dell’Unione che concede un’esenzione dal visto di tre mesi ad artisti e creatori, cosa che Downing Street ha però negato. Nei giorni scorsi la segretaria di Stato britannica alla Cultura, Caroline Dinenage, ha assicurato che la porta è rimasta aperta a ulteriori discussioni «se l’Ue è pronta a prendere in considerazione le proposte molto ragionevoli del Regno Unito». Per provare a risolvere il caso l’Unione dei musicisti britannici ha chiesto la creazione di un “passaporto artistico” che abbia una validità di almeno due anni, dai costi molto contenuti, che comprenda tutti gli stati membri dell’Ue e che possa essere usato anche dallo staff, dai tecnici e da tutto il personale che rende possibile il tour. —

Sergio Braccini

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