Il dolore
David Lynch, 75 anni geniali da Eraserhead a Twin Peaks
Francesca Lenzi
Lo scrittore David Foster Wallace una volta ha detto: «A Quentin Tarantino interessa guardare uno a cui stanno tagliando un orecchio. A David Lynch interessa l’orecchio». Si riferiva ai film Le iene, esordio col botto del regista di Pulp Fiction e, dall’altra parte, a Velluto blu, cult personale di Lynch. Quanta verità c’è in quella frase e quanto racconta di un autore del cinema, anche musicista, pittore e artista che domani compie 75 anni.
David Lynch, Palma d’oro a Cannes nel 1990 per Cuore selvaggio e nel 2001 premio per la miglior regia con Mulholland Drive, ha ricevuto l’Oscar alla carriera nell’ottobre del 2019, dopo aver ottenuto la candidatura tre volte come miglior regista per The Elephant Man, Velluto blu e, appunto, Mulholland Drive. La vita professionale di Lynch va però ben oltre i riconoscimenti dei festival e parla di una filmografia limitata nel numero ma generosa in termini di qualità. L’esordio dietro la macchina da presa nei lungometraggi risale al 1977 con Eraserhead, un horror di nicchia, girato in bianco e nero, lunghissimo nella propria realizzazione. Lynch impiegò sette anni a finirlo e, dopo aver speso ogni centesimo e di fatto stravolto la sua vita, dormì direttamente sul set per diversi mesi.
Eraserhead racconta la storia di Harry Spencer, uno strano individuo con i capelli da pazzo che vive in un triste appartamento nella periferia di un’imprecisata metropoli che pare essere sopravvissuta a un qualche disastro. L’uomo sposa la fidanzata, rimasta incinta. Il figlio che nasce è una specie di mostro. Il film finisce diritto nella programmazione notturna dei cinema ma, nel tempo, guadagnerà gli onori che si merita. Eraserhead è, infatti, l’esordio perfetto con il quale Lynch si presenta al grande pubblico. Un autore colto e raffinato dall’immensa immaginazione. Un regista che, durante l’adolescenza, ammise di voler diventare psichiatra. In un certo qual modo c’è riuscito ma, invece di chiarire i propri e i nostri sogni, trova la capacità di assecondarli, dando loro sostanza sulla pellicola.
Lynch contamina le proprie opere cinematografiche con l’arte. In particolare la pittura. Uno dei suoi riferimenti maggiori è Francis Bacon. Nel 1980 Lynch gira un altro film in bianco e nero, The Elephant Man, storia di un uomo imprigionato per una malattia in un corpo deforme e usato come fenomeno da baraccone. Quattro anni più tardi si darà alla fantascienza con una versione non convenzionale e raffinata di Dune, mentre del 1986 è il capolavoro Velluto blu. E poi avanti fino a Mulholland Drive del 2001, considerato probabilmente il punto più alto della sua carriera, fino al 2006 con Inland Empire. Nel mezzo anche la versione cinematografica di Twin Peaks: Fuoco cammina con me che in verità non piacque né agli amanti della serie, né ai novizi, frastornati dal plot narrativo. Fu proprio con Twin Peaks che Lynch, regista surreale, trasformò la concezione del telefilm, rendendolo un prodotto popolare, al suono di una sola domanda: Chi ha ucciso Laura Palmer? —
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