Toscana
Pirandello incontra la realtà virtuale Alla Pergola la sfida di Elio Germano
L’attore al lavoro per allestire “Così è se vi pare” «Gli spettatori si sentiranno come dei personaggi»
Gabriele Rizza
FIRENZE. Del clima di inquietudini e incertezze che stiamo vivendo, Luigi Pirandello può essere un interprete ideale. Uno specchio premuroso. La condizione umana si nega a qualsiasi definizione di una coscienza identitaria, trafitta com’è da ambiguità e da una girandola di false verità o autentiche finzioni. Il drammaturgo siciliano, su un simile terreno dove tutto può essere o solo apparire, ci ha costruito un’impalcatura epocale, la più rivelatrice e rivoluzionaria del teatro del Novecento. In bilico fra «la commedia della curiosità e il dramma ignoto», come lo definì lo stesso Pirandello, “Così è se vi pare” fa da cartina di tornasole: lucida e disperata. La commedia, che vide la luce nel 1917, riflette uno stato d’animo fra i più tormentati vissuti dallo scrittore, obbligato a continui trasferimenti anche a causa della malattia della moglie, afflitta dalla depressione.
Di “Così è se vi pare” si appropria ora Eliio Germano. Che avvalendosi della Vr (Virtual reality) già sperimentata nel provocatorio “La mia battaglia”, ne fa un terreno di spaesamento, una dimensione altra della forma-spettacolo tradizionalmente intesa, che fa a meno dello spettatore nel senso che ne radicalizza la visione moltiplicandone lo sguardo e le emozioni. «Tramite cuffie e visori – spiega Germano – il pubblico si trova a essere non più a teatro, ma all’interno dell’appartamento dove si svolge la storia, più precisamente all’interno del corpo di uno dei personaggi, che vede e ascolta tutto, cioè il commendator Laudisi, che io interpreto su una sedia a rotelle, invenzione non presente nel copione originale. Il distacco e l’ironia con cui Laudisi legge i fatti aprono la possibilità di un’esperienza unica nel suo genere, utile alla finalità del racconto e alla riflessione sul tema pirandelliano di cosa sia reale e cosa sia vero».
Quindi un gioco di enigmi sull’identità come frattura, che non esclude una forte dimensione grottesca?
«Proprio così e di conseguenza la recitazione, il linguaggio saranno contemporanei, tali da farci credere di essere lì, in quel salotto, di essere al centro della scena, in mezzo agli attori ma anche di essere un personaggio. Quello che fa Pirandello è allertare diversi piani di verità, la sua, quella del pubblico, quella del regista, un dispiegamento funzionale alla Vr che a sua volta aggiunge la propria visione delle cose. Una visualità tecnologica ma non per questo meno verosimile, non solo un artificio».
Illusione per illusione si può immaginare la fine del teatro come “sacra rappresentazione” e pensare alla Vr come a una tecnica al servizio di una palingenesi del teatro, un modo per rinnovarlo, portarlo nel futuro, senza tradirlo?
«La realtà virtuale è un po’ più del cinema perché realizza film intorno, sopra e sotto di noi e un po’ meno del teatro in quanto esperienza riprodotta. È un linguaggio a sé che nulla toglie o aggiunge alle altre esperienze. La novità sta nella possibilità di colpire il pubblico, di metterlo in una posizione scomoda. Per me che ho sempre cercato di uscire dal rettangolo del palcoscenico o del grande schermo per arrivare addosso allo spettatore, circondarlo e interrogarlo, questa è una grande risorsa».
Covid permettendo, il Pirandello di Germano (regia di Omar Rashid, fra gli interpreti Isabella Ragonese, Gaetano Bruno, Serena Barone) dovrebbe debuttare a marzo alla Pergola. —
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