Il Tirreno

a 100 anni dalla nascita dello scrittore 

Non solo “Il giorno della civetta” Sciascia al cinema in sette successi

Gabriele Rizza
Non solo “Il giorno della civetta” Sciascia al cinema in sette successi

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Gabriele Rizza

Al di là di quello che può anche essere letto come puro e semplice “sfruttamento”, il legame fra Leonardo Sciascia e il cinema supera le tante riduzioni che a partire dalla fine degli Sessanta hanno segnato le pagine dello scrittore siciliano del quale ricorrono i 100 anni dalla nascita. Sciascia amava e sognava il cinema. Come veicolo di conoscenza e motore di coscienza critica. Come immaginario fantastico e strumento di militanza politica. Ne fa fede il saggio “La Sicilia nel cinema” uscito nel 1963, e poi nel 1970 rieditato da Einaudi all’interno del volume “La corda pazza”, in cui Sciascia lamenta il qualunquismo e la superficialità con cui la Settima Arte si è appropriato della sua isola. Facendone un paesaggio bozzettistico e folclorico, una terra zeppa di stereotipi e luoghi comuni, dominata da etichette e modi di dire, non ultima la cornice mafiosa. Bersaglio di Sciascia come poco rispettosi della realtà siciliana, furono anche film d’autore come “La terra trema” di Luchino Visconti, “In nome della legge” di Pietro Germi, “Il mafioso” di Alberto Lattuada, laddove consensi ricevono “Salvatore Giuliano” di Francesco Rosi e dello stesso Germi “Divorzio all’italiana”.

Con Sciascia sceneggiatore di “Bronte” di Florestano Vancini, sono ben sette i suoi romanzi che hanno trovato la via dello schermo: due volte per mano di Elio Petri e Emidio Greco, una ciascuna con Damiano Damiani, Francesco Rosi e Gianni Amelio. Uno dei più lucidi cineasti di impegno sociale, Elio Petri fu il primo a appropriarsi dello Sciascia soggettista trasferendo sullo schermo nel 1967 “A ciascuno il suo”, un cast stellare (Gian Maria Volonté, Irene Papas, Gabriele Ferzetti, Salvo Randone), migliore sceneggiatura al festival di Cannes, l’ambente siciliano e i meccanismi di mafia filtrati da uno sguardo politico ed esistenziale.

E sarà ancora Petri a firmare dieci anni dopo “Todo Modo” (Volonté, Mastroianni, Piccoli, Melato), giallo politico e apologo metafisico, che fa i conti con la stagione del compromesso storico e del terrorismo: mentre infuria un’epidemia, un gruppo di notabili della Dc si riunisce in un convento-albergo, ufficialmente per fare un corso di esercizi spirituali ma in realtà per una nuova spartizione del potere.

Nel 1968 Damiano Damiani gira “Il giorno della civetta”, con Franco Nero e Claudia Cardinale, un modello del film di denuncia, e con Lee J. Cobb perfetto capomafia, celebre la sua ripartizionee: «uomini, mezz’uomini, ominicchi e quaquaraquà». Mentre nel 1976 Francesco Rosi usa tutto il materiale di cronaca anni 70 (attentati, strategie della tensione, depistaggi) per i suoi “Cadaveri eccellenti”, protagonista Lino Ventura, tratto da “Il contesto”, i morti ammazzati, sullo sfondo un colpo di stato, e il dirigente comunista che alla fine commenta: «la verità non è sempre rivoluzionaria». Dopo “Porte aperte” di Gianni Amelio (1987), riflessione asciutta e pessimista sul tema del castigo e della pena (magnifici Volontè e Renato Carpentieri), Emidio Greco confeziona “Una storia semplice” (1991), dall’ultimo racconto di Sciascia, pubblicato pochi gironi prima della morte, e “Il consiglio d’Egitto” (2002) altro faro acceso sulla doppiezza e la ferocia del potere, con un eccellente Silvio Orlando.

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