Il Tirreno

Noi, il Cioni e i sogni 50 km in motorino per andare a sentire quel dj che cantava

GIORGIO BILLERI
Noi, il Cioni e i sogni 50 km in motorino per andare a sentire quel dj che cantava

Tecnica, innovazione e i pezzi “interpretati” al microfono Ha fatto grande la radio, le sue cassette diventarono cult

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GIORGIO BILLERI

L’intonaco dei nostri ricordi continua a sgretolarsi, corroso da questa maledetta pioggia acida che non cessa di cadere. Sono andati in frantumi gol del secolo, agenti segreti al servizio di Sua maestà, poeti del basket, eroi Mundial, fuoriclasse delle sette note. Un mattone dopo l’altro. L’ultimo ci è caduto a un passo dal cuore, troppo vicino: se ne va Riccardo Cioni, re dei dj. Uno di famiglia, un pezzo della nostra casa, la colonna sonora degli anni verdi, i migliori. Come svegliarsi e non trovare più le vecchie e comode pantofole, la foto incorniciata di te con i capelli lunghi, la collezione di vinili, il maglione con cui quella volta... Un colpo al cuore, ancora uno.

Lo chiameranno per sempre disc jockey, Riccardo Cioni, perché quello era e ha fatto per tutta la vita, ma per chi è nato in Toscana tra i Sessanta e i Settanta e sarà sempre l’imperatore della consolle, il virtuoso del mixer, ma soprattutto un ragazzo (certo, ragazzo, perché essere giovani è un moto dell’anima) che ha reso migliori le nostre giornate. Che ci ha permesso di vivere il momento più inebriante della vita con la leggerezza, il sogno, il ritmo, la voglia di volare.

Maestro dell’intrattenimento, fine a sé stesso, certo, ma nessuno ci ha più fatto ballare così, mai più abbiamo trascorso ore così, come sospesi, per qualche ora, guardando la realtà laggiù, in basso.

L’AMICO CONSOLATORIO

Riccardo Cioni era semplicemente il dj full time. L’amico consolatorio di tanti pomeriggi alla radio, combattuti tra due passi di danza e i libri che ti guardavano storto, ma anche messaggero di cose belle, di conquiste, di amori veri e amorazzi sbocciati nel caos stroboscopico dove il tempo lo scandiva lui, “Il” Cioni come tutta la Toscana lo appellava. Non è stata mai questione di strati sociali, di estrazione culturale, di “alto” o di “basso”. “Il” Cioni semplicemente, affratellava. Faceva muovere piedi e gambe di tutti, anche di coloro che – con il ciglio alzato e l’aria saccente – ne condannavano il disimpegno, in anni nei quali “impegnarsi” andava così terribilmente di moda.

Tecnicamente, un mostro. Cambiava il pezzo e tu non te ne accorgevi, perché la mixata era perfetta, come una Crujiff draai, quella finta con colpo di tacco (tanto per restare in quegli anni) che solo il 14 dell’Ajax sapeva fare. Il segreto era nel “beat”, il ritmo di percussioni o di basso che faceva vivere i pezzi di dance e di funky: manteneva lo stesso ritmo, le stesse battute ma il motivo cambiava in un istante.

LA VOCE SUI PEZZI

E poi, per la prima volta nel microcosmo dei dj italiani, Riccardo ci mise qualcosa di suo, di mai visto: lui, quei pezzi, non li metteva sul piatto, ma li cantava, letteralmente. Aveva una voce calda, quasi da singer confidenziale, un talento che aveva scoperto a Livorno, da ragazzino, quando mise su il primo gruppo che chiamò “I quattro”. Aveva imparato a memoria tutti (tutti…) i pezzi che proponeva in discoteca, e con la voce seguiva il refrain, in inglese, lo valorizzava, ce lo faceva imparare. Effetto dirompente, soprattutto in radio: da Radio Quattro a Rmtc di Montecatini la sua fama valicò ben presto l’Appennino, arrivando a Milano, patria dei discografici che contavano. Così nacque anche il Cioni arrangiatore, produttore, interprete: pezzi orecchiabili, certo, basici come i bicchieri di aranciata che consumavamo per rifiatare dopo le maratone di dance. Ma furono successi, pubblicati e poi remixati anche in Usa e Canada. Mica poco, per uno partito dalla periferia di Livorno.

CACCIA ALLA CASSETTA

Manager dell’evasione, impresario di se stesso come pochi. Come alla fine degli anni Settanta, quando esplose, improvvisa e incontenibile, la mania delle cassette. Si, quei nastri, le mitologiche C120 (due ore di durata) sulle quali il dj incideva “live” le sue serate. Dal 1979 al 1983, l’età dell’oro, ne furono realizzate più di venti. E furono subito oggetto di culto, e di commerci più o meno consentiti. Come il Pizzaballa delle figurine c’erano quelle introvabili: “avere “la undici” del Cioni era una sorta di affermazione all’interno del gruppo, la scalata nelle gerarchie interne, oltre che un passepartout per i cuori desiderati.

Non solo un disc jockey, ma il simbolo di un’epoca, dove c’era voglia di uscire dal tunnel di anni cupi: c’erano i Bee Gees, c’era Grease di Travolta e Newton John, c’erano i migliori stranieri del mondo in Serie A: c’era l’impressione di stare bene, di rifiatare, di sorridere: e se avevi da 15 a 20 anni non potevi non sorridere.

IN SCOOTER AL GELO

Prendevi lo scooter, beata incoscienza, e ti facevi anche 40-50 chilometri, in gruppo, al freddo sulle strade statali o provinciali. Sciami di Ciao e di Bravo in strada per “andare a sentire Riccardo”: il Kursaal, il Concorde, il Green Ship erano i suoi templi, immensi sudari dove il frastuono ti impediva di parlare, ma non di sognare .

Tutto questo è stato Riccardo Cioni, ultimo mattone che piove giù dalla casa ormai in disfacimento della nostra gioventù. Si potrebbe raccontare, ancora, che fu lui a portare in Italia i dischi (inviati a pacchi di dieci al mese da una rivista americana cui era abbonato) degli Earth Wind and Fire, di Kool and The Gang e di altri gruppi cult della disco music), che grazie a lui le radio private toscane arrivarono a livelli di audience mai raggiunti né prima né dopo, che una volta lo fecero salire nel gabbiotto sul Monte Serra a fare la sua trasmissione perché l’emittente doveva cambiare frequenza e non voleva perdersi nemmeno un giorno del suo Crujiff della consolle. Quando lo vedemmo a Disco Ring e al Festivalbar lo sentimmo come una vittoria nostra: quello era il dj che ci aveva fatto ballare, cantare, viaggiare sul Ciao nel gelo dell’inverno, e quel dj ce l’aveva fatta. Abbiamo ballato fino a qualche mese fa, caro Riccardo, venendo dietro al tuo sound e alla tua voce. Avevi il volto più sgualcito, segnato dalle notti di musica, i capelli sempre lunghi, perché giovani si è per sempre. La consolle va in soffitta, insieme con le quattro casse di vinili. Tutto finisce. Il nostro grazie, quello di una generazione intera, rimane. —





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