Toscana
Lutz, ucciso dalla Stasi per la fuga dalla Ddr. Eigendorf e la beffa che la polizia segreta non poteva tollerare
Il calcio e il terrore ai tempi della Guerra fredda. 1983: un delitto (quasi) perfetto e le trame oscure dall’altra parte del Muro
Anche il cielo è come una prigione dall’altra parte del Muro, in quella specie di faccia oscura della Luna chiamata Germania Est dove ogni libertà è negata, dove c’è un poliziotto o una spia ogni 59 cittadini, di fatto prigionieri in quello Stato che poi sarà ben rappresentato nel film splendido e struggente dal titolo “Le vite degli Altri”. Lui, non è un Altro qualunque, è Lutz Eigendorf, calciatore della Berliner Fussballclub Dynamo, la squadra ufficiale della Stasi, la polizia segreta, la milizia del terrore. Ha anche un soprannome pretenzioso, “il Beckenbauer dell’Est”, è centrocampista ma ricorda un po’ il campionissimo dell’altra Germania.
A Lutz sembra andare tutto liscio. La sua squadra ha la strada spianata, gli avversari spesso sono corrotti o costretti ad abbozzare; gli arbitri sono prezzolati, fischiano rigore non appena uno cade in area. Nonostante questo, dal 1974, da quando c’è Lutz, sono arrivati solo due quarti, un terzo e un secondo posto. Il presidente è anche il capo della Stasi, il compagno Erich Mielke, quello che tiene il Paese sotto lo scacco del terrore. È anche ministro della sicurezza di Stato, di fatto il numero due dopo Erich Honecker, segretario generale del Partito di unità socialista di Germania. Sono due personaggi crudeli, aguzzini e molto altro ancora oltre il significato del termine carogna. Mielke vuol vincere, costi quel che costi, perché il potere chiama potere ed è l’unica cosa che conta. Anche se gli Altri lo sanno che è tutto finto, che è una recita utile solo per ribadire il «qui comando io». Ma neanche rubando questi riescono a farcela.
UNA PRIGIONE A CIELO APERTO
Negli anni in cui Lutz sfoggia un gioco di grande qualità gli scudetti li vince un’altra Dinamo, quella di Dresda, squadra rinata dalle ceneri di quella che vinceva tutto e che Mielke nel 1954 aveva fatto sequestrare per portarla a Berlino, cambiandole nome con la speranza inutile di vincere così. Alla Stasi non possono sopportare ancora lo smacco e nella stagione 1978-1979 la corsa verso il titolo, grazie ai soliti aiutini, ben presto diventa solitaria. Lutz nel frattempo gioca 99 partite, tutte di qualità, segna sette gol e arriva in Nazionale: solo sei presenze, perché viene il momento di dire basta. Ma il debutto è stellare con tanto di doppietta contro la Bulgaria.
Lutz dice basta perché è fra i tanti che hanno capito che strade, case, campi di calcio e locali non sono altro che una grande prigione dove tutti spiano tutti, dove nessuno è libero. Così pensa alla Grande Fuga, senza poter condividere l’idea con nessuno, neanche con la moglie Gabriele e con la figlia Sandy. Magari spera di poterle riavere con sé un giorno. Ma non fa bene i conti: quella fuga per la Stasi sarà uno smacco, imperdonabile. Il piano lo orchestra bene ma gliela faranno pagare. La Dynamo, lanciata verso la vittoria in campionato, viene invitata all’Ovest per un’amichevole a Kaisersalutern. È il 9 marzo, Lutz perde 4-1, il divario fra i due movimenti calcistici è pesante. Ma a lui frega il giusto, ha 22 anni e ha deciso per chiudere lì. Il piano scatta all’ultima sosta prima del rientro: già altri calciatori sono riusciti a scappare durante le trasferte, e dunque si può fare. Il bus della squadra fa l’ultima sosta a Giessen. C’è un mercato e c’è la possibilità di spendere gli ultimi marchi dell’Ovest che dall’altra parte sono carta straccia. Per tutti era stato il debutto nell’“altro mondo” e prima della partenza si erano sorbiti appositi corsi di indottrinamento sul tema “il male in ogni cosa della Repubblica federale tedesca”. E poi, durante la trasferta, giorno e notte, ci sono tanti agenti che non li perdono di vista. Solo che quel mercato è grande e non è facile avere tutto sotto controllo. Gli altri vanno verso i banconi dei dischi, dei jeans, di tutto ciò che “di là” non si trova.
LA FUGA CON UN TAXI
Lutz, no, comincia a correre con tutto il fiato che ha: direzione Ovest, fino a quando non incontra un tassista, gli ordina di portarlo il più lontano possibile e diventa un rifugiato politico. Non uno qualunque, non come quelli che ci avevano provato prima di lui. I primi calciatori a compiere l’impresa sono, nel 1961 con il Muro ancora fresco, Rolf Starost e Emil Poliktar, anche loro della Dynamo Berlino. Sono in Danimarca per un’amichevole e riescono a raggiungere Amburgo in nave. Le trasferte all’estero sono un bel problema per la polizia segreta. E la lista si allunga con Michael Polywka del Carl Zeiss Jena e con i nazionali Under 21 Jürgen Pahl e Norbert Nachtweih. E dopo Lutz ce ne saranno altri, fino all’altro nome “pesante”, Jurgen Sparwasser, quello del gol della vittoria della Ddr nell’unica sfida della storia contro l’altra Germania al Mondiale giocato all’Ovest nel 1974. Sparwasser scapperà nel 1987, meno di due anni prima del crollo del Muro.
La fuga di Lutz però, anche per il momento in cui avviene, è diversa, troppo in vista il calciatore, troppo in vista quella squadra che sta per vincere lo scudetto taroccato che tanto serve al regime. Il compagno Mielke gliela giura e scatena l’offensiva peggiore nei confronti del fuggitivo. Lutz ha un accordo con la squadra affrontata nell’ultima partita, la numero 100 con la maglia color vinaccia della Dynamo, e prova a farsi tesserare subito dal Kaiserslautern. La Dynamo rifiuta un bel po’ di soldi per la cessione e segnala il caso alla Federazione internazionale che squalifica Lutz per un anno. Lui aspetta e poi gioca comunque con il Kaiserslautern. Nel frattempo la rappresaglia della Stasi si concentra sulla famiglia. Gli agenti “Romeo”, specializzato nel lavoro sporco, cominciano a circuire la moglie di Lutz, uno è particolarmente bravo nell’opera di demolizione del marito fuggiasco, «nemico del popolo e della propria famiglia». E alla fine, dopo aver convinto la donna a chiedere il divorzio, la sposerà e adotterà la piccola Sandy.
Per Lutz è un duro colpo ma trova un nuovo amore, si risposa e ha anche nuovi amici, il tutto sotto gli occhi delle spie della Stasi. Una di queste è un vecchio amico ai tempi dell’Est ritrovato dall’altra parte, il pugile Karl-Heinz Felgner, ex campione della Ddr di pugilato nei pesi leggeri e piuma. Uno che racconta di essere stato espulso «perché persona non gradita al Regime».
Lutz a giugno del 1982 viene ceduto all’Eintracht Braunschweig. Ma resta un personaggio, pur giocando poco. La tv di Stato, la Ard, il 21 febbraio 1983 lo porta sotto il Muro di Berlino per un’intervista esplosiva sulle nefandezze del regime dell’Est.
LA “CONDANNA”
Ma con quelle parole firma la propria condanna a morte. Due settimane dopo quell’intervista, il 5 marzo, lo trovano moribondo fra i rottami di un’Alfa Romeo Gtv nera finita contro un albero sulla tortuosa strada fra Braunschweig e Querum nella Bassa Sassonia. Respira ancora ma non riprenderà mai conoscenza: morirà neanche 27 enne, 34 ore dopo lo schianto. Le indagini vengono subito chiuse, l’alto tasso alcolemico nel sangue fa mettere frettolosamente il timbro “incidente” sul fascicolo. Solo dopo il crollo del Muro di Berlino, i documenti degli archivi della polizia segreta dell’Est racconteranno un’altra verità: quella morte è una messinscena, ci sono le prove. La Stasi aveva chiesto al suo agente Karl-Heinz Felgner, il pugile amico, di ucciderlo ma lui non se l’era sentita. Negli archivi ritrovano anche i suoi rapporti dettagliati su Lutz: amicizie, telefonate, locali frequentati, spostamenti, caffè preferito. Nel 2009 Felgner viene arrestato per un furto e al processo si lascia andare: «Avrei dovuto uccidere io Eigendorf, ho accettato un contratto per ammazzarlo, ma non l’ho fatto».
Gli altri elementi nelle carte non lasciano dubbi, anche se non ci saranno pronunciamenti formali. Una volta tiratosi indietro Felgner, il piano cambia. Dopo la partita Lutz va in un pub a bere una birra, lo avvicinano due agenti della Stasi camuffati da tifosi. Chiedono un passaggio e una volta in auto puntano una pistola alla tempia del calciatore per costringerlo a bere. Nel bicchiere oltre alla birra c’è un mix di droghe e sonniferi. E una sostanza, già usata dalla Stasi in altri casi, che rende particolarmente sensibili alla luce. La strada è piena di curve, un’altra auto gli punta addosso i fari abbaglianti. Lutz sbanda e finisce contro un albero.
Mielke, il Grande Capo, riesce così a colpire anche dalla faccia oscura della Luna chiamata Germania Est, dove il terrore è la sola legge. Dietro quel Muro contro il quale si sono infrante più di 900 vite di donne e uomini in fuga da una prigione a cielo aperto. Persone come Lutz, che aveva la colpa di voler essere libero e anche di volerlo gridare al mondo.
RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
