Gioco
Da Martone a Rubini ecco l’ Eduardo-mania Il film su Scarpetta e sui fratelli De Filippo
Toni Servillo interpreta il capostipite nel film di Martone E Sergio Rubini ripercorre la storia dei tre fratelli-prodigio
Fulvia Caprara
Sarà per via del genio immortale. Oppure, semplicemente, perché sta per chiudersi il 2020, che coincide con i 120 anni dalla nascita. O, ancora, volendo ragionare in termini scaramantici molto partenopei, sarà perché, nei mesi oscuri che stiamo attraversando, la sua frase più celebre, «addà passà ‘a nuttata», è diventata un mantra perfetto per il Covid. Il risultato, in ogni caso, è chiaro, una nuova «De Filippo mania» si è impadronita di cinema e tv. Ed è interessante notare che, a cimentarsi con il monumento eduardiano, le sue origini, la sua famiglia, i suoi eredi, siano autori di diverse fasce d’età, segno inequivocabile di arte trasversale, in grado di scavalcare epoche, tendenze, stili registici.
Poco prima che sui set italiani calasse il sipario della pandemia, Maria Martone aveva finito di girare, nella scorsa primavera, “Qui rido io”, protagonista l’attore e commediografo Eduardo Scarpetta, interpretato da Toni Servillo. Al centro del film, scritto da Martone con Ippolita di Majo, la vicenda esistenziale del re dei comici napoletani, capostipite della dinastia celeberrima, autore di classici come Miseria e nobiltà, protagonista di famose dispute come quella con Gabriele D’Annunzio per Il figlio di Iorio, parodia dell’opera del Vate, divenuta oggetto di un processo memorabile.
Il titolo del film cita la scritta che Scarpetta volle far mettere, con lettere di metallo, sulla facciata principale della sua villa, costruita su uno dei punti più belli della collina del Vomero, segno evidente di status acquisito grazie ai successi teatrali. Della sua vita movimentata fecero parte diverse mogli e compagne, insieme a una schiera di figli, nove, di cui tre naturali, frutto della relazione con Luisa De Filippo, rispondono ai nomi di Titina, Eduardo e Peppino: «Il film - aveva spiegato Martone - sarà un nuovo capitolo della mia indagine nel cuore della grande tradizione teatrale napoletana. D’altra parte io sono così, amo sviscerare a fondo gli argomenti che affronto. Dopo la trilogia sulle utopie, sento che è arrivato il momento di dedicarmi all’universo della grande famiglia Scarpetta - De Filippo». Non è un caso se, fra i luoghi scelti per le riprese, spicca l’antico Teatro Valle di Roma dove, nel gennaio scorso, è stata allestita «La grande arte del ridere - Gli Scarpetta al Valle», ricchissima mostra centrata sul drammaturgo e sui suoi eredi in cui, oltre a poesie, pensieri, foto, locandine e pagine del diario di Eduardo Scarpetta, sono stati messi a disposizione due film con Vincenzino Scarpetta, Tutto per mio fratello, del 1911, e Il gallo nel pollaio del 1916. Alla vicenda dei tre eredi, mai riconosciuti dal padre e da lui obbligati a chiamarlo «zio», è dedicato il film di Sergio Rubini “I fratelli De Filippo”, con Biagio Izzo, Giancarlo Giannini, Mario Autore, Domenico Pinelli, Anna Ferraioli Ravel. L’idea di Rubini è quella di restituire il senso di una sorta di compensazione, la formazione di un trio artistico infallibile, scaturita dall’abbandono di un padre che a Titina, Eduardo e Peppino ha lasciato il bene più grande, la frequentazione assidua di quel palcoscenico che poi si rivelerà la loro fortuna: «Quella dei De Filippo - spiegano le note sul progetto - è la storia di una ferita familiare che si trasforma in arte. E di tre giovani che danno vita a un modo del tutto nuovo di raccontare la realtà, con uno sguardo che arriva fino al futuro». Il regista, che appare in un cameo, ha ambientato il racconto tra il 1925 e il 1931 con l’intenzione di descrivere l’avvio di una grande epopea artistica, ma anche di sottolineare la carica innovativa e spregiudicata di tre, impareggiabili dominatori della scena, capaci di animare la farsa senza rinunciare a retrogusti più amari.
Il 22 dicembre, su Rai1, andrà in onda la versione firmata da Edoardo De Angelis di Natale in casa Cupiello. Quel presepe, che non è mai riuscito a ottenere l’approvazione di un figlio scontento, tornerà a essere simbolo di naturale anticonformismo, di quella vena protestaria insita in tutta l’opera di Eduardo De Filippo. Ripenseremo tutti al suo lascito, ad altri testi, alla nottata che non passa, alla Napoli milionaria del ‘45, travolta dalla catastrofe della guerra, non troppo dissimile da quella di oggi, pronta a destreggiarsi tra le macerie del dopo-Covid. —
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