Gioco
La “bibbia” che racconta Fellini Tassone e il genio del cinema
Oltre 800 pagine per un viaggio dalla “Dolce vita” a tutti gli altri film che hanno celebrato il grande regista riminese Con uno sguardo critico
gabriele rizza
Dove finisce il Fellini narratore, sognatore, inventore di storie, scrutatore della psiche umana, delle sue debolezze e vigliaccherie e dove comincia il Fellini artista di cinema, il regista dei cinque Oscar, fra i più grandi e amati di sempre? L'oscuro dilemma serve solo per dare significato a quello che può essere considerato, se non il libro definitivo, quello che più vi si avvicina. Perche appunto le ottocento e passa pagine che Aldo Tassone riserva all'autore della “Dolce vita” più che una “magnifica ossessione è un inseguimento durato anni e anni, un pedinamento sequenza dopo sequenza del mito e del magistero felliniano. Una sorta di “mission impossibile” che, complice l'anno centenario del regista riminese, finalmente ha visto la luce per i tipi della Cineteca di Bologna come «Fellini 23 ½. Tutti film» (29 euro). Tassone, che di Fellini è stato amico e interlocutore, legge il “suo” autore nel tornado di un accanimento critico che lo lascia comunque senza confini, persino inafferrabile o tanto meno riconducibile a una poetica, come lo stesso Federico ammoniva divertito nelle interviste che concedeva. Ma alla fine, e qui sta la novità, Tassone ne doma la dispersione, il mulinello di eccessi interpretativi che da sempre lo accompagna e riesce, con lucida passione, a mettere ordine nella filmografia felliniana. Partendo dal primo, “Luci del varietà”, per arrivare all'ultimo, “La voce della luna”, dando a ciascuno il suo capitolo, la “trama” che diventa racconto e montaggio, un passo dopo l'altro, scampoli di dialoghi, le scene madri, le note a margine, gli antefatti, le anticipazioni e in chiusura, preziosa sintesi, l'accoglienza che il film ha avuto dalla critica in Italia, Francia e Stati Uniti. Tutto preciso, tutto documentato, tutto alla luce del sole, senza sofismi o inquietudini nascoste, come se Tassone lui sì si fosse, se non nascosto, appartato. Una distanza che chiarisce le idee e apre spiragli non tanto di nuove suggestioni o chiavi di lettura (ormai son pieni gli scaffali) quanto di correttezza visiva, perchè davvero quelle che leggiamo sulla pagina sono le immagini che scorrono davanti ai nostri occhi, alcune ormai leggendarie altre tutte da riscoprire. La personalità, le fantasie, le illuminazioni di Fellini finiscono così per arricchirsi di autentica umanità. La sognatrice “leggerezza” di Fellini mette qui radici profonde, scruta la lontananza di un set che diventa panoramica di figure, costumi, caratteri, che partendo dal suolo natio (Rimini e Roma, provincia e capitale) accorcia tutte le distanze per farsi diario, un quaderno pieno di semplici appunti, di affettuose annotazioni, un “amarcord” che il lavoro certosino di Tassone riesce a rivelare e far deflagrare con puntuale verità. —
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