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Mezzo secolo fra jazz, micetti e randagi “Gli Aristogatti” piace come appena uscito

Francesca Lenzi
Mezzo secolo fra jazz, micetti e randagi “Gli Aristogatti” piace come appena uscito

Fu l’ultima pellicola approvata da Walt Disney ancora vivo Oltre agli indimenticabili personaggi c’è la grande musica

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Compiono mezzo secolo gli amanti del jazz, i deliziosi micetti di Madame Adelaide, i randagi degenerati con l’aria attraente, le oche inglesi, il topino di casa e via dicendo. Insomma, buon compleanno agli Aristogatti, ventesimo classico Disney, ultimo film d’animazione curato e approvato dallo stesso leggendario Walt e uscito nelle sale dopo la sua morte, avvenuta nel 1966.

Costato 4 milioni di dollari, The Aristocats ne ha incassati nel tempo, e in tutto il mondo, oltre 35. La prima volta al cinema risale all’11 dicembre del 1970 nell’ambito di una première a Los Angeles, ma l’esordio di fronte al grande pubblico fu alla vigilia di Natale di quello stesso anno. Almeno in terra statunitense. Tre giorni più tardi arrivò in Gran Bretagna, mentre l’Italia dovette aspettare il 13 novembre del 1971.

Se è un successo Gli Aristogatti? Beh, non ha mai raggiunto i livelli dei cult targati Disney, come Biancaneve e i sette nani, Aladdin, La bella e la bestia e, in tempi più recenti, Frozen o Zootropolis. Di sicuro, però, Gli Aristogatti sono un prodotto riuscito e ben realizzato. A metterlo sullo schermo l’art director Ken Anderson. A dirigerlo è la mano attenta ed esperta di Wolfgang Reitherman, già regista de La Bella addormentata nel bosco, La carica dei 101 e La spada nella roccia. Proprio sulla falsariga dei cani a pois del 1961, nascono le avventure dei gatti e gattacci che, dispersi nella campagna transalpina, ne passano di ogni per tornare sani e salvi alla vita parigina dei primi anni del novecento.

Gli Aristogatti è un gioiellino per gli occhi e per le orecchie. Se non dovesse bastare la grafica classica, fatta di sfondi dipinti a mano per un risultato elegante e intramontabile, a tenere incollati davanti allo schermo è infatti anche la colonna sonora (opera di George Bruns) usata in modo interessante. La musica, infatti, è spesso parte in causa della scena, con brani musicali intradiegetici. È il caso, fra le altre, delle melodie classiche suonate da uno dei gattini, Bizet, come anche la famosa sequenza del “Tutti quanti voglion fare il jazz” sui tetti di Parigi, nel super-attico della banda randagia capitana da Romeo e Scat Cat.

Già, Romeo, “er mejo del Colosseo” che, proprio nella versione italiana assume la cadenza romanesca, con il doppiaggio di Renzo Montagnani. Curiosità vuole che, nell’originale in lingua inglese, Romeo si chiamasse in realtà O’Malley (doppiato da Phil Harris) e che fosse un gatto irlandese. Il resto della ciurma è composta da Duchessa, micia bellissima e aristocratica, madre di tre micetti altrettanto deliziosi, la femminuccia amante del canto Minou, e o i maschietti Bizet, appassionato di musica, e Matisse, patito – manco a dirlo – di arte figurativa. Accanto a loro, vivono la cavalla Frou Frou e, abusivamente, il topino Groviera, doppiato da Oreste Lionello. Il grande attore e comico negli Aristogatti dà la voce anche a George Hautecout, eccentrico avvocato e amico storico di madame, depositario del testamento della nobildonna, ex cantante lirica in pensione. All’appello anche i cani da guardia Napoleone e Lafayette oltre alle oche inglesi Adelina e Guendalina Bla Bla, che cercano – invano – di insegnare a nuotare a Romeo. Infine, il maggiordomo Edgar, apparentemente affezionato a madame e gattini (ai quali andranno in prima battuta gli averi di Adelaide), in realtà intenzionato quanto prima a mettere le mani sull’eredità della ricchissima datrice di lavoro, «Oh miei gattini, vi drogherò, voi ve ne andrete e io ricco sarò». Come nella migliore tradizione Disney finirà benissimo per tutti tranne che per lui, impegnato in un viaggio di sola andata a Timbuctu.

Per informazione, Gli Aristogatti è rientrato nella black list dei film politicamente scorretti, sulla scia della polemica nata con Via col vento. La sua colpa aver raffigurato uno dei gatti (Shun Gon) come una caricatura razzista dei popoli dell’Asia orientale. La diatriba non toglie una virgola alla bellezza della pellicola, trascinante e, a tratti, romantica. E chi di noi, (ri)guardando Gli Aristogatti, non si immagina sui tetti di Parigi, suonando e cantando il jazz che, come dice Bizet, «Non sarà Beethoven, però ha un ritmo!». —

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