Toscana
Un Otello diverso, tra web e diretta tv Sartori e Rebeka, le voci che vincono
Successo per l’allestimento del Maggio Musicale fiorentino trasmesso da Rai5
IL PROGETTO
GABRIELE RIZZA
C’è voluta tutta l’ostinazione del sovrintendente Alexander Pereira perché Otello giungesse finalmente e felicemente in porto. Un progetto che doveva essere uno dei fiori all’occhiello dell’intera stagione, ma che alla fine si è rivelata una vera e propria evventura.
Previsto al Maggio musicale fiorentino fra i pezzi forti del festival, e a suo tempo rinviato a novembre certi di una seppur parziale riapertura al pubblico del teatro, il capolavoro verdiano è finito nella Rete, scappatoia obbligata come forma di resistenza in attesa di uscire dal tunnel del Covid e tornare a gremire le platee dei teatri.
Un’operazione pèortata avanti con tutte le cautele del caso, siparietti divisori per gli orchestrali, mascherine quando non compatibili con la funzione artistica, coro distanziato, assembramenti in scena azzerati, lo spettacolo trasmesso lunedì in diretta da Rai 5 non sembra risentirne.
E allora per i pochi che l’altra sera hanno avuto accesso in sala (appuratone la negatività a seguito di test sierologico) “Otello” diventa il testimone esemplare della distanza che esiste, impossibile da colmare, fra la “verità” della rappresentazione dal vivo e le “impurità” della ripresa televisiva, fatta sì di dettagli e sfumature altrimenti impossibili da cogliere ma terribilmente povera di emotività espressiva e coralità percettiva. La doppia vita di questo “Otello” prodotto dal Maggio, grazie anche al mecenatismo di Philippe Foriel-Destezet, il clamore dell’evento pari al silenzio della messinscena, una “bolla” inedita carica di incredulità e straniamento, si rifletteva nella regia di Valerio Binasco-
La storia, quella epica e maiuscola del Moro, è solo un fondale per il suo dramma privato, il troppo amore che si macchia di sangue innocente tra le mura domestiche, di quelli che occupano le cronache dei nostri giorni.
Complici l’indefinita collocazione nel tempo e nello spazio evocata dalle scene crepuscolari di Guido Fiorato, case sventrate, scheletri di edifici figli di bombardamenti, trincee e camminamenti, e la spensierata allegoria dei costumi firmati da Gianluca Falaschi, un arcobaleno di panni fra oriente e occidente, dettato da non sia bene quale casualità, Otello e Desdemona si creano un loro personalissimo “cupio dissolvi”, l’annientamento come ultimo respiro, “un bacio ancora” che resterà lettera morta.
Privato della sua regale negritudine, agghindato con superficiale noncuranza neanche fosse un compare Turiddu da duello rusticano, l’Otello di Fabio Sartori trasmetteva una vocalità piena e soffusa, degna eco del suo ripiegamento antieroico, mentre esaltante per eleganza scenica (abito a parte), per pienezza e duttilità di fraseggio spiccava Marina Rebeka, al debutto come Desdemona.
Adeguatamente completavano il cast Luca Salsi come Jago, Riccardo Della Sciucca nei panni di Cassio, Caterina Piva in quelli di Emilia. Commovente e radicale, nella sua poetica trasparenza e drammatica eloquenza, la direzione di Zubin Mehta. –
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