La protesta
McCartney e il “rockdown” «Tutti mi chiedono di Lennon ma mi manca tanto George»
VITTORIO SABADIN
Anche Paul McCartney, 78 anni, si annoiava a stare chiuso in casa a New York per il Covid. Ha così deciso di incidere un nuovo album, McCartney III, dopo McCartney del 1970 e McCartney II del 1980. Esce a metà dicembre ed è l’occasione per una bella intervista a David Marchese del New York Times. A partire dal rapporto con John Lennon, della cui tragica scomparsa ricorre l’8 dicembre il 40° anniversario. Ricorda che il corpo di John fu portato alle pompe funebri di Frank Campbell, in Madison Avenue: «Ci passo davanti spesso e ancora oggi gli parlo: ‘Tutto bene John’, ‘Ciao John’... È sempre difficile per me pensarci, cosa puoi pensare oltre alla rabbia, al dolore? Come per ogni lutto, l'unica via d'uscita è ricordare quanto è stato bello con John.Ho sempre pensato che il nostro rapporto fosse buono. Lo penso ancora. A volte dovevo rassicurarlo che andava tutto bene. Mi diceva: “Cosa penseranno di me quando sarò morto? Sarò ricordato?” Mi sentivo come il fratello maggiore, anche se lui era più grande di me. “John, ascoltami - gli rispondevo - . Sarai ricordato. Sei così eccezionale non è possibile che tutto questo scompaia”. Non riesco a pensare a una collaborazione migliore, e ne ho avute milioni». McCartney ricorda anche l’altro Beatle morto prematuramente, George Harrison: «Tutti mi chiedono di John e mai di George, è comprensibile perchè le circostanze della morte di John sono state così orribili, ma io penso spesso a George: gli tenevo la mano pochi giorni prima che morisse, dicevamo cose stupide ma importanti per me. E credo anche per lui. Gli ho detto: “Andiamo a Speke Hall (un giardino pubblico di Liverpool, ndr): sapevo che era l’unico nella stanza che poteva capirmi». Come si vive con una così grande fama sulle spalle, e così tanti ricordi? I Beatles si sono sciolti 50 anni fa, dopo 10 di successi. «I miei ricordi dei Beatles sono come i ricordi del liceo per la maggior parte della gente». Nelle cene, confessa, a volte racconta storie della sua vita e si accorge che le persone le conoscono già, qualcuno soffoca uno sbadiglio. Se va dal medico, anche quello gli dice che era un fan dei Beatles. I nipotini lo chiamano: «Ti ho visto in tv,, eri in una pubblicità». «I Beatles sono inevitabili». —
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