Il Tirreno

un film che ha fatto la storia 

Il Giardino dei Finzi Contini, 50 anni dopo: quel tennis tra gli alberi, sconfitto dall’orrore

Francesca Lenzi
Il Giardino dei Finzi Contini, 50 anni dopo: quel tennis tra gli alberi, sconfitto dall’orrore

La borghesia italiana e le leggi razziali, una partita dolorosa: così De Sica rilesse Bassani e vinse l’Oscar

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«Mio fratello e io abbiamo pensato di farlo qui fra amici il torneo, visto che al circolo non ci vogliono più».

Il preludio della seconda guerra mondiale entra così nel Giardino dei Finzi Contini, film di Vittorio De Sica che, ispirandosi al romanzo di Giorgio Bassani del 1962, firma otto anni dopo il racconto di una Ferrara fra il 1938 e il 1943. Il conflitto, il fascismo, le deportazioni non entrano a gamba tesa, ma accarezzano scivolosi pian piano le vite dei protagonisti. Micòl sorride agli amici, invitati nel grande giardino di famiglia per giocare a tennis. Scherza con loro sulle leggi razziali che cacciano gli ebrei dai circoli sportivi. Sopravvive al sicuro, all’interno delle mura, dentro l’imponente cancello di ferro. Lasciando fuori l’orrore della persecuzione. Almeno per un po’. Fin quando resta possibile.



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Il giardino dei Finzi Contini uscì nelle sale italiane il 4 dicembre del 1970. Due giorni prima venne proiettato in una premiere in Israele. De Sica racconta la lunga notte delle leggi razziali, prologo tragico dell’olocausto, calando lo spettatore nella storia e nella quotidianità dei personaggi. Ne segue le esistenze, le speranze e le abitudini, le preoccupazioni, gli amori, le amicizie e i tradimenti. Lo fa posizionando la macchina da presa all’altezza degli interpreti e dando al pubblico un grado di conoscenza degli eventi limitato e di fatto incompleto.

La storia riempie gli spazi vuoti, consegnando alla scena una disperazione che il presente narrativo non ha. Si sorride della fiducia dei ragazzi, si asseconda – fino a un certo punto – l’illusione, sino ad accompagnare quasi per mano i loro sguardi increduli dritti incontro al dramma.

La famiglia ebrea dei Finzi Contini vive appartata e ufficialmente allineata al fascismo. Quando arrivano le leggi razziali i giovani Micòl e Alberto invitano i coetanei a giocare nel campo privato della loro villa. Fra di loro c’è Giorgio, amico d’infanzia che, negli anni, si scopre innamorato, non ricambiato, della seducente e ribelle Micòl. Giorgio appartiene alla media borghesia e si scontra con il padre ostile ai Finzi Contini, meno al fascismo, considerato non il male peggiore di fronte allo spettro del nazismo. È più un’illusione che una certezza. Un abbaglio rivolto a se stesso e ai suoi cari, perché la verità a guardarla negli occhi mica si sopporta.

Mentre Giorgio soffre per l’amore non corrisposto e l’amicizia tradita, Ferrara e tutta l’Italia precipitano sempre più velocemente nell’orrore. Le leggi non allontano gli ebrei solo dai campi di tennis, ma anche dalle scuole statali, dalle biblioteche e vengono proibiti i matrimoni misti. Proprio la sequenza della biblioteca tira un pugno in pieno volto allo spettatore che vive, insieme al protagonista, la sopraffazione, ora sfacciata nei modi del custode, ora viscida nell’auto-assoluzione del direttore della struttura.



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Il giardino dei Finzi Contini non è il primo film che De Sica traduce in immagini dalle pagine di un romanzo (era già capitato ad esempio per Ladri di biciclette, per la Ciociara, per Miracolo a Milano tratto dal romanzo di Cesare Zavattini, giornalista e sceneggiatore che a lungo collaborerà con De Sica).

Il rapporto con Giorgio Bassani, però, fu particolare e difficile. Chiamato a lavorare alla sceneggiatura, lo scrittore rinnegherà il proprio contributo di fronte alla scelta del regista di adeguare al racconto il ruolo di Giorgio e di non mostrare i classici stereotipi relativi alla guerra: le camionette, gli stivali, le urla. Alla fine la versione cinematografica di De Sica fa centro con una visione solo apparentemente trattenuta della tragedia. La parte finale del rastrellamento della villa, con la dislocazione nelle aule della scuola, rappresenta la conclusione struggente di un’età ormai andata, preservata nei ricordi dalle immagini finali.

Nel cast, fra i giovani, Lino Capolicchio (che nel 1976 interpreterà il cult dell’horror padano di Pupi Avati, La casa dalle finestre che ridono) è Giorgio. A dare il volto a Micòl è Dominique Sanda, attrice francese che girerà poi Novecento e nel 1999 l’ottimo Garage Olimpo. Fabio Testi è l’attraente Giampiero, mentre Helmut Berger ha il ruolo del debole e depresso Alberto.



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Restaurato cinque anni fa dall’Istituto Luce Cinecittà, Il giardino dei Finzi Contini si aggiudicò nel corso del 1971 l’Orso d’oro al festival di Berlino e il David di Donatello, e l’anno successivo l’Oscar per il miglior film straniero. È anche un’opera preziosa dell’ultima filmografia di Vittorio De Sica, che è abile nell’afferrare il respiro di un racconto doloroso ed emotivo che ruota attorno alla crescita e alla morte, prendendo come punto fermo un giardino metafora della «memoria delle cose».



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di Redazione web