Il Tirreno

IL PERSONAGGIO

Gabriele Baldocci il pianista ex bimbo prodigio che insegna ai giovanissimi talenti del mondo

cristiana grasso
Gabriele Baldocci il pianista ex bimbo prodigio che insegna ai giovanissimi talenti del mondo

Da Livorno a Londra una carriera iniziata giovanissimo, i concerti con i più grandi, due prestigiose cattedre  

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Un nuovo incarico alla prestigiosa The Purcell School (quella per ragazzini con un talento speciale), quello universitario, ormai consolidato al Trinity Laban Conservatoire of Music and Dance. Gabriele Baldocci da Livorno a Londra dopo tanta gavetta di cui per altro va fiero e uno dei tanti talenti labronici che hanno fatto la valigia in cerca di grandi opportunità. Ed hanno avuto successo. Baldocci ora è un pianista famoso a livello internazionale, insegna e ha insegnato nei più importanti conservatori inglesi, la sua stella brilla ogni giorno di più, quella con Martha Argerich è una delle sue collaborazioni più prestigiose.

Eppure il suo dna è livornese al 100 per cento.

«Sono livornese da generazioni, addirittura si trovano tracce dei miei antenati a Livorno nel ’700. E vengo da una famiglia semplice, io sono “figlio di nessuno” nel senso che in famiglia nessuno era musicista, sono partito dal niente, babbo operaio e mamma maestra».

Quando ha scoperto di avere questo talento per la musica?

«A 3 anni. Babbo che era appaasionarto di musica (tutta dal rock dei Genesis, a Bob Dylan alla musica classica) si comprò un pianoforte e io, piccolissimo, mi divertivo a strimplellarlo per ricostruire le melodie dei cartoni animati. Il pianoforte era il mio giocattolo preferito. Presto andai a lezioni di musica all’Istituto Del Corona, dopo con Ilio Barontini».

Un bambino prodigio?

«Un bambino particolare, anche perché mi ammalai di una malattia autoimmune che mi ha costretto a fare una vita diversa dai miei coetanei, spesso non potevo andare a scuola. Ero in una teca di vetro e questo, essere costretto a fare una vita isolata, forse mi ha avvicinato ancora di più alla musica, al pianoforte. Che mi hanno salvato. “Tornato in società” poi ho sono stato vittima di bullismo, la malattia, il fatto di suonare, ero diverso, sono stati anni duri ma mi hanno formato il carattere, hanno sviluppato la resilienza necessaria».

Poi, da adolescente, la svolta.

«A 16 anni venni acccettato dall’Accademia di Imola, un’accademia importantissima, con me c’era il figlio di Maurizio Pollini, pianista vivente tra i più grandi. Non ci credevo, io che venivo dalla provincia. Ma quel mondo era per certi versi lontano dal mio mi resi conto che la musica era un affare per ricchi. Cosa fare? Sapevo solo che volevo fare il pianista. Dopo anni di studio fui ammesso a un’altra prestigiosa accademia sul Lago di Como, venivano selezionati 4, 4 allievi e c’ero anche io. Avevo 20 anni, ero il più giovane di tutti. Fu una manna dal cielo perché fino a quel momento era stata dura, fare il pianista e lo studente era un problema, costava troppo, c’era da viaggiare, e poi alcuni insegnanti al liceo Cecioni non mi capivano, dicevano “o fai una cosa o fai l’altra”. Ma io ho continuato a investire tutto lì, con l’angoscia che se fallivo avevo sperperato i soldi dei miei».

L’incontro con Martha Argerich le ha cambiato la vita?

«Fu nel 2003, un’altra svolta. Partecipai a Buenos Aires a un concorso della grande Martha Argerich, non vinsi il primo premio ma a lei piacque come suonavo ed ebbi una menzione speciale. Da lì andai in tour con lei, fu l’inizio della mia mia carriera, il mio biglietto da visita. Ma per me lei è tutto. La mia mentore, una delle mie migliori amiche, parte della mia vita, avevo il mito di Martha senza sapere che sarebbe diventata parte del mio quotidiano».

Quando ha pensato di trasferirsi all’estero?

«Quando dopo aver sposato mia moglie, una bellissima ragazza spagnola, è nato Alessandro. Insegnavo in n conservatorio in Italia, era il momento di scegliere. Se il bambino fosse cresciuto in Italia si sarebbe radicato qui e andarsene sarebbe stato difficile. Così provai a mandare una serie di domande all’estero, venni assunto nel Regno Unito, vinsi su 100 candidati. Senza raccomandazioni, senza niente, ed era il Trinity Laban Conservatoire of Music and Dance, un’istituzione. Mi caricò positivamente, in Italia sarebbe stato impossibile, se non ti conoscono non ti considerano. La meritrocrazia all’estero funziona. Così ci trasferimmo a Londra».

Molte soddisfazioni?

«Oh sì, tantissime, solo vedere i tuoi allievi, anche italiani, di tutto il mondo, che poi hanno successo, è una soddisfazione. Parallelamente ho continuato a suonare in giro per il mondo. Ora purtroppo siamo tutti fermi, mi sono stati cancellati una quarantina di concerti. Per fortuna ho la passione dell’insegnamento, quindi ho continuato a lavorare senza troppe frustrazioni. E con la gioia di lavorare anche con i giovanissimi talenti della The Purcell. In questo senso ho il meglio che il mondo della musica possa offrire, sono il solo italiano a avere doppio incarico nella docenza musicale a Londra, sono molto onorato mi appaga. Ma per tanti miei colleghi musicisti ora è una tragedia. Spero si possa presto tornare ad esibirsi sul palco».

Cosa consiglierebbe a un ragazzino italiano, livornese, con la passione per la musica?

«Io sono fiero di venire da una città di provincia e di avere genitori che mi hanno supportato ma senza darmi la pappa scodellata, di essermi docuto sudare tutto quello che ho. Ecco, questo vorrei consigliere. Di non mollare mai, e se si ha una passione, un talento, combattere finché i sogni non si realizzano».
 

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di Redazione web