Il Tirreno

CINEMA: TORINO FILM FESTIVAL  

Capuano, il buco in testa dell’odio «Racconto gli anni di piombo»

Fulvia Caprara

Il film ispirato alla vera storia  della figlia di un poliziotto  ucciso in un corteo a Milano  nel 1977. Attrice protagonista la brava Teresa Saponangelo

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Fulvia Caprara

La storia vera parla di un padre, il Vicebrigadiere di Pubblica Sicurezza Antonio Custra, 25 anni, Reparto Celere, colpito a morte a Milano, nel ‘77, mentre prestava servizio durante una manifestazione di estrema sinistra. La storia del film parla di una figlia, Maria Serra (Teresa Saponangelo), giovane donna sbandata e vitale che non riesce a uscire dal circolo vizioso del dolore. Un giorno, nel tentativo di interrompere il girotondo affannoso tra la casa dove vive la madre vedova, ammutolita dal dolore, e la strada, dove ogni angolo nasconde pericoli, Maria decide di andare a conoscere Guido Mandelli (Tommaso Ragno), l’uomo che l’ha fatta crescere orfana. L’incontro, che avrebbe potuto generare nuova violenza, perché Maria è partita con una pistola, si rivela, invece, salvifico. Come se, da quell’insostenibile faccia a faccia, Maria fosse riemersa più viva e più duttile di prima.

Ne "Il buco in testa" fuori concorso al Torino Film Festival, Antonio Capuano mette il dito nella piaga degli Anni di piombo, scegliendo la prospettiva di Pier Paolo Pasolini: «Aveva detto "voi sparate sui proletari" e la verità era quella, ragazzi di famiglie ricche sparavano su quelli che erano diventati poliziotti per vivere. È una cosa dura, orrenda, da digerire, ma è così». Il terrorismo, per il regista, è un’epoca di drammi e di disfatte: «Simpatizzavo per l’estrema sinistra, ma poi, quando hanno cominciato ad ammazzare, non ci sono stato più. Non si cambia il mondo uccidendo. Certo, se penso alla società di oggi, mi vergogno, sento la sconfitta. Cosa abbiamo lasciato ai giovani? Non possono far altro che perdersi nelle spirali di droghe e simili».

La ragione profonda de "Il Buco in testa" sta, soprattutto, nella testa di quella ragazza che Capuano ha voluto a tutti i costi incontrare, dopo averne ascoltato un’intervista: «Ero incollato alla radio, subito pensai che la vita di quella donna "nata morta" come lei diceva di sé, bisognava farla conoscere». Con il tempo le resistenze iniziali della protagonista si sono affievolite, quando Capuano le ha detto: «Se non raccontiamo queste cose, a che ci serve il cinema? Un film serve anche per non lasciarti sola». Sullo schermo «il nocciolo è rimasto uguale ai fatti veri», ma fuori l’esistenza, che non si ferma e scorre, ha fatto passi da gigante: «Siamo diventati confidenti - racconta Capuano - mi aveva detto che, dopo essere stata a Milano, qualcosa dentro di lei si era sciolto». A Teresa Saponangelo, che la interpreta, Capuano ha chiesto un’auto-presentazione brechtiana, sguardo dritto in macchina, senza infingimenti, «come se Maria presentasse la sua carta d’identità, rassicurando il pubblico. Non mi piacciono gli attori che recitano, mi attrae l’idea che un interprete possa essere il personaggio che racconta». —

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