Gioco
La regina degli scacchi e la favola moderna dalla ragazza prodigio che sfida i pregiudizi
Conquista tutti, eroina senza retorica in un mondo ostile e maschile. E da Netflix il fenomeno dilaga su web e giornali
Il titolo fa subito pensare al bianco e il nero della scacchiera che con le infinite combinazioni del gioco racconta le logiche e gli imprevisti della vita, invece ci sono tutti i colori della fantasia, del disagio e dell’infelicità anche, i colori di un un’epoca di speranze e conflitti, i 50, i 60, i 70. In America, e non solo in America. È variopinta nella forma e nella sostanza “La Regina degli Scacchi”, serie tv in onda su Netflix che sta conquistando il mondo, femmine e maschi, tutti innamorati di Beth-Elizabeth Harmond, interpretata dalla sorprendente Anya Taylor-Joye (quella di “Emma”), simbolo di tenacia, riscatto, fragilità, coraggio e femminilità, eroina moderna, orfana e campionessa, vincente e perdente, capace di far convivere le dipendenze e l’indipendenza.
Gli scacchi ovviamente giocano un ruolo centrale ma mai ingombrante, ed è per questo che bastano pochi minuti insieme a Beth, i primi minuti del primo episodio, per attrarre anche chi non sa niente di questo gioco e tanto meno del “Queen’s Gambit” titolo originale della serie (e del bel romanzo dal quale è stata tratta) che negli scacchi significa “sgambetto di donna” ossia insieme di mosse di apertura di gioco di origine antica, strategia ovviamente sconosciuta alla maggior parte degli entusiasti spettatori. Mossa di apertura che comunque riesce agli autori, capaci poi di muovere tutti i pezzi al momento giusto in 7 episodi che alla fine costruiscono un lungo e avvincente film. La trama di per sé è originale ma l’adattamento al formato cinematografico la arricchisce di spunti narrativi e scenografici, così che la favola acchiappa lo spettatore e se lo porta dentro una girandola di emozioni.
C’era quindi una volta Elizabeth Harmond, orfana a 9 anni, finita in orfanotrofio dopo la morte della mamma in un incidente stradale. Bambina speciale e traumatizzata, con una sola amica ma presto anche un grande amico, l’anziano custode che nel sottoscala le insegna a giocare a scacchi. Loro, gli scacchi, e il talento quasi magico che lei scopre di avere per questo gioco, apriranno a Beth, anche se non subito, le porte di una vita inattesa. Non scorrerà tutto liscio tra mosse sbagliata(nella vita non giocata soprattutto), delusioni, dipendenze.
Ma è proprio questo altalenarsi della vita di Beth tra alti e bassi, bianco e nero, che la rende eroina, umana nonostante il genio, vicina. Beth e la sua memorabile mamma adottiva alcolista, Beth e i suoi amori mancati, Beth e le sue visioni di scacchi giganti sul soffitto, Beth e la disperazione per un passato che piano piano affiora, Beth e la felicità di sfidare tutto e tutti anche se è donna e gli scacchi sono roba da maschi. E poi le case, gli oggetti e i vestiti che stanno influenzando le nuove tendenze, costumi e look mai casuali, ogni dettaglio curato nei minimi particolari, rimandi e citazioni, colori studiati per contribuire al racconto, un’attenzione maniacale ai raccordi tra le scene, alle atmosfere, alle pause. Una perfezione “tecnica” che c’è ma non si avverte, non è pedante, sempre un passo indietro rispetto a lei, Beth, che avanza, spavalda fuori e complicata dentro, tra tavolini apparecchiati con le scacchiere, tra scettici campionissimi o campioncini, visino da regina dei fumetti e e grinta da regina degli scacchi. —
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