Toscana
La Tram, la matita racconta gli anni di piombo «Le mie atmosfere cupe, acide e disturbanti»
L’illustratrice livornese scelta da Marco Rizzo e da Feltrinelli per il “noir” ispirato ai giorni della strage di Piazza Fontana
GUIDO SILIOTTO
Un noir cupo ed intenso che racconta i giorni precedenti la strage di Piazza Fontana, ferita ancora aperta della storia del nostro paese. “La prima bomba”, pubblicato da Feltrinelli Comics, affronta in maniera originale uno dei più gravi fatti di cronaca degli anni di piombo, anzi tutto grazie alla sceneggiatura di Marco Rizzo – autorevole esponente del graphic journalism tricolore – e alla sua scelta di non appiattirsi su una banale rievocazione, scegliendo invece la strada della fiction.
La vita privata di Curzio Naso, ispettore di polizia, vedovo, innamorato di una prostituta e in conflitto con una figlia ribelle, si intreccia con le trame oscure che avvolgono l'Italia della fine degli anni Sessanta. La parte grafica, invece, è frutto del lavoro di La Tram, alias Margherita Tramutoli, lucana ma livornese d'adozione, tra i migliori talenti del fumetto italiano. Una collaborazione non inedita, visto che i due già avevano lavorato assieme nel 2017 per “L'Ecologia spiegata ai bambini”. «Marco sa quanto mi appassionino i temi sociali e politici - spiega La Tram - quindi ho subito accettato la sua proposta. Trovo la sua sceneggiatura magistrale, ma lo devo ringraziare per avere ascoltato anche i miei suggerimenti, cosa piuttosto rara, rendendo per me tutto ancora più stimolante».
Avete utilizzato il genere poliziesco per parlare anche d'altro. Quanto vi ha influenzato il cinema di denuncia degli anni Settanta, penso, ad esempio, a "Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”?
«Per quanto mi riguarda, mi sono sicuramente ispirata alle atmosfere di quei film, ma soprattutto in senso strettamente iconografico. Anzi, alcune inquadrature sono vere e proprie citazioni, anche perché quel tipo di fotografia costituisce un topos di genere che volevamo fosse evidente, anche agli occhi del lettore. In realtà, il lavoro di documentazione è stato davvero impegnativo. Abbiamo cercato di essere fedeli alla ricostruzione storica al massimo delle nostre possibilità: i giornali sulla scrivania di Curzio uscivano esattamente nei mesi che raccontiamo, persino i quotidiani per incartare i chiodi dal ferramenta. A questo tipo di ricerca, si è unita quella relativa ai luoghi, attraverso foto e cartoline d'epoca. Per la sequenza in cui il protagonista incontra Pinelli, ho risalito palmo a palmo il Naviglio della Martesana con Google Maps e l'ho comparato alle foto di quegli anni che riportavano gli stessi scorci per capire quali palazzi ci fossero già e quali no. Un lavoro enorme».
Oltre al disegno, colpisce la qualità espressiva dell'uso del colore.
«Volevo che i colori fossero del tutto differenti da quelli tipici del genere noir, solitamente più cupi. La mia declinazione personale dell'atmosfera che si respirava in quegli anni è una palette aspra, acida, a tratti disturbante. Come il cielo rosso delle prime pagine, che volevo ricordasse un tramonto sinistro, metaforicamente, o un'eclissi».
Un'altra idea interessante è quella delle facce scarabocchiate dei criminali. «Questa è un'intuizione geniale di Marco. Come in un film giallo, dove non si sa chi siano gli autori dei delitti fino alla fine perchè vengono sempre occultati da un'ombra o inquadrati per dettagli. Quel segno impietoso che trasforma i loro volti in macchie nere, per noi è anche un segno di disumanizzazione, una volontà di negazione dell'identità di persone che, secondo la verità giuridica, ma ancor più storica, hanno compiuto azioni tutt'altro che umane». —
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