Gioco
La controspia s’infiltra nell’Ovra per scoprire chi li aveva traditi
Nel libro di Mario Tredici l’incredibile storia (vera) nella Livorno degli anni ’30 Il dirigente espulso dal Pci come delatore si finge fascista per stanare il vero colpevole
la storia
mauro zucchelli
Gennaio 1935, chissà se il giorno lo scelgono a caso: l'indomani è il 14° anniversario della nascita del Partito comunista. Ed è proprio qui a Livorno, dove il partito era nato, che a caccia di comunisti sta andando prima dell’alba quell'esercito di poliziotti. Ne scovano 132, una enormità per una città allora di 120mila abitanti. Tutti ma proprio tutti: del resto, la mappa dettagliata di nomi e ruoli gliela disegna il responsabile dell'organizzazione del partito: Alberto Gori ha un bambino piccolo e crolla psicologicamente, al punto da scrivere un lungo memoriale in cui fa nomi e cognomi di tutti i compagni. In realtà, la polizia fascista conta anche su una spia. Ed è attorno a questo personaggio che ruota tutta la storia: a lungo si crederà che sia Angiolo Giacomelli, uno dei fondatori del partito. Lo sbatteranno fuori dal Pci con ignominia, bollato come il peggiore degli infami.
il marchio d’infamia
C’è da immaginarsi cosa potesse significare vivere poi – dopo la fine della guerra e del fascismo – con quel marchio addosso nella Livorno liberata e governata dai “rossi”. Cosa c’è di peggio? Vivere così e sapere di essere innocente. Ma con tutte le difficoltà di dimostrarlo, ed è qui che il libro di Mario Tredici, ex giornalista del Tirreno ed ex assessore alla cultura (“L’inchiesta, la spia, il compromesso. Livorno 1935: processo ai comunisti”) edito da Mediaprint col sostegno degli antifascisti di Anppia, alza il velo su una storia incredibile.
In effetti, Giacomelli entra sì in relazione con gli 007 del regime: intanto perché nella retata ovviamente finisce anche lui, ma poi si butta in una operazione da spy-story controinfiltrando l’Ovra per riuscire a capire chi era la spia che aveva fatto spedire in carcere tanti compagni, una trentina dei quali finiti al Tribunale speciale con pesanti condanne. Lo confida subito solo a Gino Gigli, esponente di una famiglia martire dell’antifascismo: se lo trovassero ammazzato lui sa la verità a nome del Partito. Lo ripeterà in un memoriale segreto scritto appena dopo la Liberazione di Livorno dai nazifascisti e ripreso alla fine della guerra.
come un romanzo giallo
Fosse un giallo di Maurizio Di Giovanni a questo punto comparirebbe il commissario Ricciardi, funzionario della Regia questura, con quella curiosa capacità di “vedere” lo spettro del morto là sulla scena che ripete gli ultimi pensieri. Fossimo invece finiti dentro il “pasticciaccio” di Carlo Emilio Gadda adesso spunterebbe don Ciccio Ingravallo con i suoi interrogativi amletici. Avessimo a che fare con le trame di Ben Pastor, al contrario, ci ritroveremmo davanti Martin Bora, ufficiale dell’intelligence nazista ma un po’ sui generis.
Però qui la cosa gira diversamente: intanto perché non siamo né a due passi dal Vesuvio né in via Merulana e neppure nell’Abwehr fra i repubblichini bensì fra la Fortezza Nuova, l’Andana degli Anelli e l’osteria dell’Unghero. Non basta: stiamo parlando di una storia che corre nell’arco di tanti di quegli anni da attraversare guerre e regimi, altro che la carriera d’un singolo poliziotto. Ma soprattutto il punto è un altro: la storia ha sì il fascino di un romanzo, eppure è Storia. Anzi, l’autore tiene a marcare quanto più possibile la distanza rispetto a toni da docu-fiction da mettere la sordina agli aspetti da spy-story per insistere su un lavoro puntiglioso d’archivio, fra report burocratici, documenti riservati, relazioni interne (ma anche statistiche e dossier che chiariscano il contesto).
Come nelle migliori storie, però – solo che è tutto vero e reale – nasce dal fatto che Mario Tredici si vede consegnare da un ex combattente partigiano qualcosa di simile a una “eredità”: Danilo Conti gli affida la documentazione che a sua volta, in via confidenziale, aveva avuto da Giovanni Martelli «pochi mesi prima di morire», come annota lui stesso nel ‘92.
una storia lunga più di mezzo secolo
Non usiamo i paradigmi di oggi, con le appartenenze “liquide” senza fedeltà che durano lo spazio d’un mattino o forse meno: erano scelte di vita, alle quali votarsi per sempre (ed è curioso, forse perfino emozionante e comunque fuori dai canoni di oggi, leggerne le testimonianze dirette nella sterminata appendice). In questo caso, non si tratta semplicemente di una vicenda che appartiene al trapassato remoto.
Quella storia datata anni ’30 aveva poi ruzzolato nel corso dei decenni successivi: i sospetti su chi era la spia, il castigo con la condanna all’ “inferno” comminata dal Partito, i dubbi di una parte dei dirigenti anche dopo la Liberazione, la controinchiesta interna a fine anni ’60, la riabilitazione mai del tutto esplicitata. Con un filo rosso che va dal periodo pre-bellico del consenso di massa al fascismo (perfino qui, nella “cittadella rossa”) fino ad anni quasi recenti passando per la Liberazione, gli anni ’60, l’avanzata del Pci e poi il ripiegamento e il capolinea di una vicenda politica che però è anche tanto esistenziale.
Il falegname Giacomelli si infila in un complicato ingranaggio di rapporti con la polizia fascista per cui, se vuoi accreditarti come confidente e entrare nei gangli riservati, qualcosa devi pur dare. Al tempo stesso Giacomelli vuol far capire ai suoi che non è un infame: cerca anche di mettersi in contatto con la delegazione sovietica presente a Livorno per seguire la costruzione dell’incrociatore Tashkent, realizzato nel cantiere labronico Oto per la Marina militare dell’Urss di Stalin. Era quanto di più vicino c’era al Sol dell’Avvenir a portata di mano, venivano dalla patria del comunismo in terra…
Sembra riesca a dribblare i questurini che sorvegliano i sovietici ma sono proprio i compagni di Mosca a guardarlo di traverso perché sospettano che sia un agente provocatore o qualcosa del genere, non vogliono rogne e lo denunciano alla polizia.
il compromesso e l’azzardo
A dire il vero, le cose sono molto più complicate di così. Tredici lo chiama il «compromesso», parla di «azzardo» e crede fino a un certo punto all’eroismo: semmai alla paura. Paura di una lunga carcerazione, paura della rovina economica della famiglia, paura per la sua salute cagionevole.
Qualcosa del genere pensava anche un dirigente leggendario come Ilio Barontini: non quadrava quel che era successo nel ’35 e neppure quel che rivendicava Giacomelli come tentativo folle disperatissimo di smascherare il vero delatore. Comunque, anche Barontini diffidava semmai di altri dentro i ranghi del Pci livornese e ne aveva informato il partito. Ma senza essere ascoltato: lui e alcuni dirigenti comunisti livornesi cercarono poi a più riprese di far partire un riesame del caso, però a Roma tutto si infrangeva contro il durissimo rancore anti-Giacomelli che sarebbe rimasto anche a decenni di distanza fra gli ex ragazzi “rossi” degli anni ’30.
Ci penserà la contro-inchiesta di Giovanni Martelli nel ’67, per iniziativa della federazione del Pci livornese guidata da Bruno Bernini, a riannodare i fili di questa storia e scagionare Giacomelli e a indicare la spia in Tullio Baronti, comunista della prim’ora. Ma questa è già un’altra storia: buona per essere raccontata in un altro libro. —
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