Gioco
La parabola autodistruttiva di Jack La Motta Violenza e alienazione sul ring e nella vita
“Toro scatenato” è un capolavoro che ha fatto scuola: De Niro vinse l’Oscar, eppure Scorsese non lo voleva fare
il dramma
«Fatti sotto, campione. Sono il più forte, il più forte, il più forte, il più forte». “Toro scatenato” è un vero e proprio miracolo. Martin Scorsese non lo voleva girare. Che attrattiva avrebbe potuto suscitare un personaggio negativo come Jake La Motta? Un ex pugile ingrassato e fallito che ha dilapidato il proprio talento in una corsa all’autodistruzione. Dalla vittoria mondiale dei pesi medi alla sconfitta contro l’eterno rivale Sugar Ray Robinson, e nel mezzo una vita circondata dalla violenza, fuori e dentro il ring.
Quando Robert De Niro gli si presentò davanti con la biografia di La Motta, Scorsese scosse la testa. Che mai poteva tirarci fuori da una storia come quella? La perseveranza di De Niro (che vincerà l’Oscar come miglior attore) e un grave problema di salute di Scorsese (che quasi si immedesimò nel personaggio) ribaltarono, alla lunga, l’iniziale rifiuto del regista. E il film sul toro del Bronx vide la luce. Fra mille dubbi ed esitazioni, una sceneggiatura tribolata (fu chiamato a collaborare anche Paul Schrader), un lavoro certosino di post-produzione. Il tutto per una storia sulla boxe mai vista prima. E neppure dopo.
“Toro scatenato” esce nei cinema degli Stati Uniti il 13 novembre del 1980 (in Italia arriverà nel febbraio dell’81). Nel 1976, diretto da Avildsen e interpretato da Sylvester Stallone (che era anche sceneggiatore) era uscito il primo “Rocky”, vincitore di tre premi Oscar. Ecco, scordatevelo. Non c’è nessun eroe sul ring di Scorsese. Nessun richiamo alla donna amata, nessuna gloria o rispetto per La Motta. Neppure nei confronti di se stesso. Piuttosto, ci sono sangue e sudore. Sofferenza e paranoia. E una furia brutale che trabocca dal quadrato e dalle corde bagnate di fatica.
I titoli di testa, con De Niro impegnato, sulle note della Cavalleria Rusticana di Mascagni, in una danza solitaria sul ring ripresa in ralenti, valgono da soli il prezzo del biglietto, fonte di ispirazione per tanti a venire, compreso Lars Von Trier che ne omaggia il genio nel prologo di “Antichrist”.
Il film di Scorsese racconta la parabola autodistruttiva dell’ex pugile partendo dalla fine. Da un Jake La Motta che si prepara nel camerino per il suo numero comico in un locale di quarto ordine, ricordando il passato da boxeur. Dai combattimenti alla vita quotidiana, dalla relazione con il fratello Joey (interpretato da Joe Pesci) alle due mogli fino allo spettro della malavita. Il bianco e nero (osteggiato dalla produzione) plasma la forma narrativa, mentre la macchina da presa si sposta dal pubblico sul ring, prendendosi gli schizzi di sangue e sudore. Fino all’epilogo.
Un viaggio della memoria che riporta Jake nel camerino, davanti allo specchio al quale confessa speranze e illusioni di un uomo che assomiglia al veterano Travis di “Taxi driver”, solo e alienato. Fuori e sul ring. Dentro e fuori la vita. —
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