Il Tirreno

“the blues brothers” 

Che spasso fra gag e grande musica

F.L.
Che spasso fra gag e grande musica

Il film firmato da John Landis consacrò John Belushi e Dan Aykroyd diventando subito un cult

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le risate

Il cielo è grigio sopra la città che si risveglia pigramente, mentre un uomo, scortato da due secondini, esce dalla Joliet Prison dell’Illinois. Parte in modo tremendamente serio “The Blues Brothers”, uscito nelle sale italiane il 13 novembre di 40 anni fa. Tempi sospesi, quadri circostanziati, poche parole e aria pesante.

Quando, però, Jake “Joliet” Blues (John Belushi), per non oltrepassare la linea gialla, si allunga goffamente verso lo sportello del deposito per firmare la restituzione dei propri oggetti personali, qualcosa lo spettatore inizia a capirla. La reunion con il fratello Elwood Blues (Dan Aykroyd) a bordo di una sgangherata, nonché truccata, auto della polizia, dà un’ulteriore indicazione sul registro della storia. Poi il brano “She caught the Katy” di Taj Mahal che introduce il viaggio della strana coppia vestita con abito scuro, camicia bianca, cappello e occhiali da sole, incanala al meglio il racconto nel registro musicale del blues e nello stile demenziale di un classico senza tempo.

Il regista John Landis e l’attore John Belushi avevano già dimostrato due anni prima tutto il proprio talento con “Animal House”, ma è nel 1980 che i due, raggiunti sul gradino più alto della commedia da Dan Aykroyd, fanno centro nel cuore di critica e pubblico con un film passato alla storia. Cult da subito, pieno zeppo di riferimenti e citazioni, oltre a una miriade di eccellenti cammei (Ray Charles e Aretha Franklin per dirne un paio), “The Blues Brothers” racconta le avventure di due ladri da quattro soldi che nel crimine sguaiato vivono più per attitudine che per malevolenza. Infatti, non appena Jake esce di galera, i due si ritrovano invischiati in una missione lodevole: trovare 5.000 dollari per salvare l’orfanotrofio curato dalle suore nel quale sono cresciuti.

Una missione per conto di Dio che non guarda in faccia nessuno, attirando su di sé svariati incidenti e rogne di ogni specie. Braccati dalla polizia e da una fidanzata inferocita, gli anti-eroi reggono da soli la baracca, sul filo di una recitazione iperbolica volutamente sopra le righe.

Una baracca, tuttavia, firmata da un regista talentuosissimo. Subito dopo “The Blues Brothers” (scritto a quattro mani con Aykroyd), Landis realizzerà “Un lupo mannaro americano a Londra” toccando il genere horror in modo personale, tanto da traumatizzarlo con quella vena comica e irriverente che intride pure le avventure dei due fratelli Blues.

Concepito come omaggio alla musica nera made in Usa, “The Blues Brothers” è entrato nella storia del cinema e nel cuore di milioni di fans. Nel 1998 Landis e Aykroyd (privi del compianto Belushi, scomparso nel 1982) sono stati vinti dalla tentazione del sequel, dando origine a “The Blues Brothers – Il mito continua”, con risultati trascurabili, lontani da quelli raggiunti nel 1980 dai degenerati, spassosi odiatori dei nazisti dell’Illinois. —



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