Sicurezza
Luigi Bianchi, la P2 e il Corriere della Sera: i ricordi e i retroscena dell'affaire
In un volumetto la raccolta dei ricordi dell'ex direttore del Tirreno legati alla tempesta che nel 1981 travolse il giornale dopo la pubblicazione degli elenchi: svelati retroscena e dettagli inediti
Il primo indizio era stato il diktat del direttore: bisognava intervistare Egidio Carenini, negli anni ’70-80 parlamentare di lungo corso fino a diventare ministro ma soprattutto spicciafaccende in casa Dc.
Il secondo una richiesta analoga: stavolta riguarda il nuovo capo di stato maggiore della Difesa, l’ammiraglio Giovanni Torrisi. Gli suona strano perché il direttore è un tipo che sa valutare bene l’attenzione agli occhi dei lettori, e questa roba sarà una sbobba. Risposta: sono amici del padrone del giornale, Angelo Rizzoli.
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Ma di lì a poco c’è un altro episodio strano: calano i primi “maghi” stranieri per gestire le campagne elettorali e il direttore chiede quel servizio, ma in extremis viene dimezzato in tipografia per far spazio a un intervento di Gustavo Selva, voce della destra più ruvidamente anticomunista. Lui cerca spiegazioni, non gliele danno. Finché dalla tipografia gli spiegano che appena prima di stampare era arrivato un testo da mettere in pagina a qualunque costo. Perché? Ordine non del direttore bensì, strano a dirsi, dell’amministratore delegato.
Luigi Bianchi, per un decennio direttore del Tirreno a cavallo fra anni Ottanta e Novanta, morto novantacinquenne nel febbraio dello scorso anno, parte da qui per raccontare il dietro le quinte di quel che ha vissuto in prima persona nella tempesta che nel 1981 travolgerà il “Corriere della Sera” dopo la pubblicazione degli elenchi della P2 di Licio Gelli.
Bianchi se ne chiamò fuori: era capo della redazione romana e presidente della Stampa parlamentare, rifiutò di diventare vicedirettore e un grosso aumento di stipendio e se ne andò a dirigere il giornale che Carlo Caracciolo aveva appena acquisito in Sardegna. Un salto all’ingiù: lasciava la plancia (politica) di comando di un grande giornale nazionale per andarsene «nell’eremo sardo». A lavorare «con gente che io non vorrei vicina neanche di tomba», gli disse uno dei grandi capi del “Corriere”.
L’ha consegnato alla memoria senza fanfare: “Briciole” è una testimonianza privata per la sua famiglia. Ma i figli Alessandra, Marco e Prisca hanno “trasgredito” e anziché rimanere chiuso nell’album di famiglia, è diventato un agile libro di 112 pagine (con prefazione di Bruno Manfellotto) in un’edizione fuori commercio consegnata in copia alla Biblioteca Labronica di Livorno che adesso l’ha messa a disposizione del pubblico. A quarant’anni esatti dall’intervista-clou di Licio Gelli a Maurizio Costanzo pubblicata dal Corriere.
Come dice Manfellotto, Bianchi «con precisione di dettagli svela retroscena della vicenda P2 più illuminanti di tanti libri», e senza «enfasi sui fatti e tantomeno sulla sua scelta estrema e coraggiosa».
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Ma la storia non è finita lì. Bianchi racconta che a quel punto si mette a cercare di capire cosa sta succedendo dentro il suo giornale. Indro Montanelli gli dice che lo sta comprando la destra bavarese guidata allora da Franz Joseph Strauss, Bianchi sa che Fanfani ha buone entrature in quell’ambiente e gliene chiede conferma: no, non è quella la pista.
La traccia giusta arriva quando Maria Angiolillo, vedova del fondatore del “Tempo” e regista delle relazioni pubbliche della Rizzoli (ma anche di un importante salotto romano da “Grande Bellezza”), gli confida: Tassan Din è l’ultima ruota del carro. Negli incontri da lei «quando arriva un certo Ortolani si genuflette, se poi arriva un certo Calvi tutti e due si mettono in ginocchio e se viene anche Gelli si genuflettono tutti, a meno che non partecipi anche Giulio perché allora si stendono tutti come zerbini».
Bianchi rifugge dalle “mostrificazioni” facili: di Franco Di Bella, direttore di quella stagione nera del “Corriere” dice che è stato «il miglior cronista mai incontrato in decenni di attività», ne ha apprezzato «la schiettezza e l’onestà intellettuale». Proprio per questo gli suona male quando Di Bella cominciare a chiedergli cosa che il Di Bella “normale” non avrebbe mai fatto…
Ce n’è abbastanza perché Bianchi voglia tirarsi fuori da quella compagnia: anche perché dal punto di vista politico aveva visto nero all’orizzonte dopo la tragica fine di Moro. Non solo: eravamo nei mesi in cui la bomba fascista fa strage alla stazione di Bologna, a Ustica c’è un misterioso incidente aereo, c’è l’arresto del bancarottiere Michele Sindona, c’è la Fiat che mette in cassa integrazione 24mila lavoratori, a Torino la protesta arriva al blocco dei cancelli (con Berlinguer in campo) e minaccia l’occupazione delle fabbriche prima della contro-protesta di impiegati e ceto medio. Infine gli assassini politici: il governatore siciliano Piersanti Mattarella, il numero due del Csm Vittorio Bachelet, il giudice Guido Galli. E poi le Br che ammazzano Walter Tobagi, prima firma del Corriere (e nell’autunno precedente, Carlo Casalegno, numero due della Stampa). Ma Bianchi semmai fissa lo sguardo sull’omicidio di un altro giornalista: Mino Pecorelli. Sente che c’è un grumo di potere nero disposto a tutto, compreso assassinare chi si mette sulla sua strada e vede dappertutto spuntare «ogni tanto il nome di quel “divo Giulio” che in casa Angiolillo incuteva timore e rispetto».
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L’ultimo tassello del puzzle arriva per merito di un cronista economico del “Corriere” di cui si è persa memoria: Demetrio De Stefano, «ben introdotto nel mondo della finanza». Dice a Bianchi che alla Rizzoli sta arrivando «un bel gruzzolo di soldi dall’Argentina». Per Bianchi suona la sirena d’allarme: è una dittatura che negli anni Cinquanta ha dato rifugio a fascisti e nazisti in fuga e ora il golpe dei militari ha portato a «uno spietato regime autoritario». Per capirsi: l’Argentina di Jorge Videla, l’“Hitler della Pampa”. Quello dei 30-40mila “desaparecidos” e dei “voli della morte” con cui i dissidenti venivano scaraventati giù dagli aerei in mezzo all’Oceano. —
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