Il Tirreno

Le mille maschere indossate da Petrolini a Mandrake

Alessandra Comazzi

Cinico e affettuoso simbolo di romanità riusciva a essere rassicurante La grande notorietà arrivò interpretando il “Maresciallo Rocca” in tv 

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il personaggio



Gigi Proietti non si può imbrigliare in definizioni, schemi, griglie, maschere. Lui stesso diceva di non essere un attore comico, ma un attore e basta. Uno di quegli attori che restano sempre loro stessi, qualunque ruolo interpretino.



Prendiamo il suo personaggio forse più noto e popolare, il Maresciallo Rocca, carabiniere e gentiluomo in onda prima su Rai2 e poi su Rai1 dal 1996 al 2005. Quello che lo rese così popolare era proprio il suo essere comune. E piacque subito. Proietti interpretò in modo particolarmente felice il carabiniere, figura semplice eppure sfaccettata. Con normali difetti e pregi, ma destinati a diventare eccezionali nel faticoso dipanarsi della vita quotidiana. Rocca è coerente, impetuoso, affidabile. Non mente mai, gli si può credere sulla parola, nella vita privata e sul lavoro. Di fronte alle decisioni tentenna, umanamente dubita, ma quando sceglie una strada, la percorre fino in fondo. Dà sicurezza. E di quella sicurezza i telespettatori avevano, hanno, bisogno. In tv Proietti fu anche architetto, in Un nero per casa, nel 1998. E, più di recente, giornalista, con Una pallottola nel cuore: però i giornalisti non funzionano tanto in fiction, persino se a interpretarli è un mago.



Certo, quando Proietti interpretò al cinema, con il piacere della rima, Bruno Fioretti, detto Mandrake, in Febbre da cavallo di Steno, 1976, un po’ maschera lo diventò. Il Fioretti si definiva Mandrake per via delle «innate doti trasformistiche» e per il «sorriso magico», voleva essere attore, ma si arrangiava facendo l'indossatore. In fondo era alto. Riusciva a campare solo perché mantenuto dalla fidanzata Gabriella. Diventa però maschera triste, adesso sì, di un uomo frustrato e combattuto tra manie di grandezza e complesso di inferiorità, quando deve recitare in uno spot tv, vestito da vigile urbano, e non riesce a dire la battuta: «Anche voi non prendete fischi per fiaschi, questo solo è un whisky maschio senza rischio». Una battuta impervia ma buffa, che solo un grande come Proietti riuscì a rendere patetica eppure velleitaria.



Un altro momento indimenticato di Proietti è il suo Petrolini. Petrolini, che nacque nel 1884 e morì nel 1936, e fu un grande attore di rivista, lo possiamo ancora vedere in alcune antiche registrazioni: ma ormai il guanto bianco di Gastone è quello di Proietti, i salamini che compra, mangia e se ne vanta sono quelli di Proietti, e così Giggi er Bullo e Sor Capanna. Soprattutto, è unicamente di Proietti quel Nerone che sta per incendiare la cara città dicendo: «E Roma risorgerà più bella e più superba che pria», mentre il popolo gli grida: «Bravo!». E lui: «Grazie». In quell’interpretazione portata in teatro nel 1983, con la regia di Ugo Gregoretti, e poi riproposta tante volte negli spettacoli A me gli occhi please e Cavalli di battaglia, c’era tutto lo spirito irridente e dissacrante del cinismo romano.



A Proietti piaceva scoprire talenti, e tanti ne scoprì con il suo laboratorio; e gli piaceva lavorare con i talenti. Un numero in particolare diventò un grande classico, inventato da quei due scaltroni di Gigi Proietti e Renzo Arbore. Canzone Come pioveva, detta anche C’eravamo tanto amati, anno 1918, autore Armando Gill, napoletano. Un ex giovanotto pensa a un giorno lontano, quando al suo cuor una lei si stringeva, mentre fuori pioveva.

Ebbene, Proietti e Arbore trasformarono la canzone in un’intervista parlata da Arbore e cantata da Proietti. Arbore: «Ma vi volevate bene?», e Proietti «C’eravamo tanto amati». Arbore: «E per quanto tempo?». Proietti: «Per un anno e forse più». Arbore: «E ci dica, com’era il tempo?». Proietti, in un trionfo finale di risate e lagrime: «Come pioveva, come pioveva». Dissacrazione. Surrealismo. Applausi. —



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