Il Tirreno

«Quei vecchi fumetti sono un vero tesoro» Con Gaspa agli albori delle strisce italiane

Fabio Canessa
«Quei vecchi fumetti sono un vero tesoro» Con Gaspa agli albori delle strisce italiane

L’esperto pistoiese pubblica una preziosa e avvincente storia dei nostri comics dalle origini all’immediato dopoguerra  

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l’intervista



Il pistoiese Pier Luigi Gaspa è uno dei maggiori esperti di fumetti in Italia e non solo, prezioso collaboratore da sempre di Lucca Comics & Games. Dove, avrebbe dovuto presentare in anteprima il suo ultimo libro “Dal Signor Bonaventura a Saturno contro la Terra” (pp. 280, Carocci, 21 euro), un saggio che sembra un romanzo per come racconta in modo avvincente e appassionato la storia del fumetto italiano dalle origini al dopoguerra. Ora che la kermesse lucchese ha cancellato tutti gli eventi in presenza, l’incontro con Gaspa, come gli altri in programma, è confermato allo stesso orario ma in streaming, collegandosi domani (1° novembre) alle ore 14 col sito di Lucca Changes.

Gaspa, il libro è una lettura piacevolissima, ma andare a scartabellare agli albori del fumetto in Italia deve essere stata una fatica. Cosa pensava di scoprire?

«Ho sfogliato centinaia di numeri di tutte le riviste a fumetti del Novecento e ho scoperto migliaia di chicche interessanti. Volevo eliminare il pregiudizio che considera la storia del fumetto una cosa banale, da ragazzini. Invece non è affatto così, anzi si tratta di una materia assai complessa, con continue e importantissime implicazioni culturali, sociologiche e politiche».

Anche politiche?

«Soprattutto: il fumetto si è sviluppato da subito come veicolo di propaganda politica, fin dalla guerra di Libia. Il Corriere della Sera era interventista e il Corriere dei Piccoli pubblicava fumetti con personaggi interventisti. Per non parlare del fascismo che, con Il Balilla, inculcava nei giovani lettori il binomio libro e moschetto. C’è sempre stato un rapporto molto stretto tra il potere politico e i fumetti».

Partiamo dall’inizio. Quando è nato il fumetto in Italia?

«Il 17 dicembre 1908, quando uscì il primo numero del Corriere dei Piccoli, pensato come il periodico dei bambini della buona borghesia. Prima c’erano state delle esperienze isolate, già alla fine dell’Ottocento, ma poco significative. Il Corrierino scatenò la corsa al fumetto e nel giro di pochi anni nacquero decine di concorrenti: aveva inventato un format di successo. Pensi che lo ideò la figlia di Cesare Lombroso, come strumento educativo, con l’intento di insegnare: l’aspetto pedagogico era marcato».

E il fascismo ne approfittò.

«E come! L’eroe era spesso un ingegnere, che costruiva aerei, tunnel e treni velocissimi, o un pilota: i tipici modelli del regime fascista, collegati alle macchine e alla velocità del movimento futurista. Ma il giornale era scritto anche da antifascisti che riuscivano ad aggirare la censura. Nel 1934 pubblicarono “Il castello dei misteri”, dove i mostri cattivi erano il ministro dell’interno e il capo della polizia, trasformati in caimani da uno scienziato pazzo. E quando, nel 1938, il fascismo proibì di tradurre i fumetti di importazione americana, favorì la strada del fumetto italiano e si affermarono artisti come Molino e Bonelli, che altrimenti non avrebbero avuto molto spazio. O il grande Rino Albertarelli, autore di un Faust con immagini da lustrarsi gli occhi e della splendida riduzione a fumetti dei romanzi di Salgari».

I fumetti delle origini avevano storie più semplici rispetto agli attuali?

«Esattamente il contrario. Avevano una sostanza narrativa molto ricca e articolata: per raccontare una singola tavola di Flash Gordon ci vorrebbero pagine in prosa, tanta è la densità dell’arte di Alex Raymond. Fu merito dell’editore fiorentino Nerbini tradurlo in italiano su L’Avventuroso come Gordon Flasce. Poi anche lui fu eliminato dal fascismo e tornò solo nel dopoguerra: un paladino che lotta contro i tiranni per la libertà non era ben visto dal regime. Inoltre c’erano troppe donne svestite».

Nel suo libro dedica molto spazio all’Avventuroso, come il giornale forse più importante.

«È stato fondamentale perché fu la prima rivista solo di fumetti. Nacque nel 1934, vendeva mezzo milione di copie e ha portato da noi il fumetto americano degli anni d’oro: oltre a Gordon, Mandrake e soprattutto l’Uomo Mascherato, l’antesignano di tutti gli eroi in calzamaglia. Il suo enorme successo, oltre alle avventure strepitose, era dovuto alla sottile vena erotica dell’esploratrice Diana Palmer e dei personaggi già emancipati».

C’era anche un gusto esotico dai toni razzisti.

«Certo, negli anni Trenta è evidente, e oggi imbarazzante, l’idea dell’occidentale che va a colonizzare e a portare la libertà, con i ripugnanti stereotipi del “negretto”. Però c’è anche un lato buono dell’esotismo: fino agli anni Quaranta e Cinquanta non era ancora esplosa la moda del West e l’Africa o l’India erano la nuova frontiera, i posti sconosciuti nei quali si avventurano Jim della Giungla o Cino e Franco. Rappresentano il mistero, l’avventura, il sogno».

Lei è laureato in Biologia e nel suo libro ha un occhio di riguardo per gli aspetti scientifici del fumetto.

«Mi sembrava giusto celebrare “Arrivo su Marte”, anno 1930, la prima storia di fantascienza italiana. O anche “Gli astronauti dello Scopanuvole” un fumetto umoristico del 1937 che presenta concetti astronautici modernissimi. Poi c’è “La sorpresa di Milano” con uno scienziato che crea mostri giganteschi, ma il capolavoro assoluto è “Saturno contro la Terra” che segna l’inizio delle grandi saghe e a cui si sono ispirati tutti».

Se volessimo comprare i fumetti del secolo scorso che lei ha raccontato, dove potremmo trovarli?

«Le edizioni originali sono rarissime e si trovano a prezzi astronomici: una collezione completa costa parecchie migliaia di euro. Più abbordabili, anche se non certo a prezzi popolari, le ristampe anastatiche. Sarebbe auspicabile oggi ristampare quei tesori che rischiano di non essere più conosciuti, inghiottiti dal tempo».

Dopo aver chiuso il suo libro, verrebbe voglia di continuare a leggere la storia del fumetto dopo il 1945.

«E a me viene voglia di continuare a scriverla». —

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