Il Tirreno

Io, prof nel “Collegio” «Senza smartphone e dopo il lockdown tanta voglia di vivere»

lara loreti
Io, prof nel “Collegio” «Senza smartphone e dopo il lockdown tanta voglia di vivere»

Andrea Maggi è l’insegnante del docu-reality di Rai2 «Amori, sentimenti e il desiderio di stare insieme»

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Dal lockdown al reality tv, nel giro di poche settimane. Il professor Andrea Maggi non avrebbe mai immaginato che la quinta edizione de Il Collegio, docureality di punta di Rai2, gli avrebbe regalato così tante emozioni. Lui, che di mestiere fa proprio l’insegnante, alla scuola media Balliana-Nievo di Sacile (Pordenone), si è ritrovato in cattedra al Collegio Regina Margherita di Anagni, davanti a 21 ragazzi dai 14 ai 17 anni, reduci da quel lockdown che, la scorsa primavera, così tanto ha toccato l’Italia e il mondo. Un’esperienza che Maggi ha vissuto come “attore”, ma soprattutto come prof che ha sperimentato in prima persona pregi e difetti della didattica a distanza. Il prof da ieri sera è in prima serata su Rai2 con “Il Collegio”, con la voce narrante di Giancarlo Magalli.

Il ciak del docureality è arrivato poco dopo la fine del primo lockdown legato all’emergenza coronavirus. Come e quanto il Covid ha influito sul set?

«Il virus ha influenzato l’umore dei ragazzi, così come degli adulti. Il lockdown ha messo tutti alla prova, a contatto con le chiusure. Per contro questa edizione de Il Collegio è ambientata nel 1992, un anno di grandi aperture, di abbattimento di confini, è il momento in cui nasce l’Unione europea, a pochi anni dalla caduta del Muro di Berlino. Chi come me al tempo aveva 18 anni, è stato proiettato verso una svolta culturale e mentale importante».

Quali sono le differenze più marcate tra il lockdown vero e quello “finto” del reality?

«Durante l’emergenza dello scorso marzo ci siamo trovati di fronte alla sperimentazione della didattica a distanza di cui abbiamo visto pregi e difetti. Il vantaggio più grande è che questo tipo di insegnamento mette a disposizione le tecnologie informatiche anche dei bambini delle elementari e della scuola infanzia. Il limite maggiore è che si tratta di una didattica non inclusiva: i ragazzi più svantaggiati sono stati esclusi, penso a quelli con disabilità che hanno bisogno di un rapporto diretto con l’insegnante. Per questo la scuola in presenza diventa fondamentale. Il “lockdown” de Il Collegio invece è stato un viaggio nel tempo. Abbiamo rivissuto un anno particolare come il 1992, stimolante dal punto di vista culturale, ma drammatico per Tangentopoli e gli omicidi di mafia di Falcone e Borsellino».

Come si vive sul set ai tempi del Covid?

«Grazie ai rigidi controlli e al protocollo per la tutela della salute messo in atto dalla produzione, tutto il cast si è ritrovato in una “bolla”: abbiamo quindi vissuto senza mascherine e col privilegio di fare scuola normalmente».

E i ragazzi come hanno reagito?

«Non se ne volevano più andare, dopo il lockdown finalmente hanno vissuto un periodo di libertà, volevano spaccare il mondo. Però un collegio richiede rigore e rispetto delle regole. Quindi si è creato un contrasto con situazioni divertenti, e sono nati anche degli amori».

Come docente che cosa l’ha colpita di più?

«Poter insegnare italiano in presenza, dopo un quadrimestre di distanza, avere di fronte persone fisiche che si emozionano e che mostrano i propri sentimenti è stata la parte più bella del reality. La scuola per me è umanità. Se non c’è uno studente di fronte, non è scuola»

Come hanno reagito gli adolescenti alla privazione di cellulari e tablet?

«Non avere il telefono a disposizione per i nativi digitali è come per una persona della mia età stare senza le mani. Il cellulare per loro è un prolungamento del corpo, che per di più, durante la quarantena primaverile, ha rappresentato l’unico strumento di contatto col mondo esterno. Però per molti di loro questa è stata l’occasione per riscoprire il rapporto personale». —
 

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