Il Tirreno

cinema

Quanto sono lunghi 30 anni senza supercazzola

Francesca Lenzi
Ugo Tognazzi nei panni di Lello Mascetti in “Amici Miei”
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Ugo Tognazzi nei panni di Lello Mascetti in “Amici Miei”

Il 27 ottobre 1990 moriva Ugo Tognazzi: una carriera di grandi successi, ma il conte Mascetti lo portò nel cuore della gente

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«Mi richiamano, li conosco. Mi richiamano. Ma sì, si ride, ci si dà di stronzi un po’ e poi s’inventa qualcosa per passare la serata». E invece son già passati 30 anni. Se il conte Mascetti, bene o male, seppur inchiodato su una sedia a rotelle e schiavo in un casalino in campagna, si era ripreso dall’ictus che gli era venuto dopo una litigata con gli amici di sempre, Ugo Tognazzi non si svegliò più dall’emorragia cerebrale che, nella tarda serata del 27 ottobre del 1990, se lo portò via a soli 68 anni.

Nato nel 1922 a Cremona, quello che diventerà uno fra gli attori più popolari della commedia all’italiana iniziò a lavorare da giovanissimo come ragioniere in un salumificio. Seduto a una scrivania. Immobile lì per ore, mentre il capufficio là dietro lo guardava senza poter essere visto. Un mondo dal quale Tognazzi ha cercato ben presto di fuggire. Dapprima nelle recite messe in scena al dopolavoro, poi – durante il militare – negli spettacoli di varietà tenuti per i compagni d'armi, infine sul palco vero e proprio.

Dopo la guerra, arrivato a Milano, si fa notare da Wanda Osiris, quindi imbocca la strada di Cinecittà (il film d’esordio è “I cadetti di Guascogna” del 1950) e della televisione di stato, nel programma di successo “Un due tre” insieme a Raimondo Vianello. Sul piccolo schermo ci resta dal 1954 al 1959 quando, per colpa di uno sketch satirico sull’allora presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi, si fa cacciare con tanto di chiusura immediata della trasmissione. Sai quanto gliene importa a Tognazzi, già attivissimo sui set cinematografici e da lì in poi in crescita costante, per una carriera che incontra i migliori registi dell’epoca? Con Luciano Salce gira nel 1961 “Il federale” mentre l’anno successivo inizia la collaborazione con Dino Risi per “La marcia su Roma” che proseguirà nel ’63 con “I mostri” (in compagnia di Vittorio Gassman) e andrà avanti fino al 1984 con “Dagobert”. Carlo Lizzani, Pietro Germi, Pier Paolo Pasolini, Ettore Scola, Elio Petri, Pupi Avati, Bernardo Bertolucci (con “La tragedia di un uomo ridicolo” vince il premio per miglior attore a Cannes) sono solo alcuni fra i nomi più illustri per i quali lavora Tognazzi che tocca i punti più alti della sua carriera con Mario Monicelli e Marco Ferreri.

La trilogia di “Amici miei” rimane una pietra miliare nella commedia italiana, ma le zingarate dei giovanotti fiorentini hanno attraversato gli anni senza essere minimamente scalfiti. L’amicizia che non si preoccupa del rispetto né del riguardo, che scherza su tutto e su tutti per rivelarsi ancora più sincera, e una sequela di battute ed episodi indimenticabili nell’immaginario del pubblico. Lui, Tognazzi, era stato scelto per il ruolo del Perozzi (poi preso da Philippe Noiret). Per assegnargli la parte del Mascetti sono dovute arrivare prima le rinunce di Mastroianni e Vianello. Alla fine se l’è preso lui il personaggio del nobile decaduto, quel Mascetti che vive sul filo del rasoio, fra blasone e miseria, tanto da mandare moglie e figlia lontano da casa, a sopravvivere sulle spalle di un conoscente. Fedifrago e irriverente, cinico e permaloso, dalla facile supercazzola, salva involontariamente la famiglia dal suicidio-omicidio concepito dalla signora Mascetti (Milena Vukotic) grazie alle bollette del gas mai pagate.

Per “La grande abbuffata” si mette al servizio del cinema indigesto e sfrontato di Marco Ferreri, nel ruolo che ben gli si addice: è lo chef Ugo che, insieme Mastroianni, Noiret e Piccoli), decide di togliersi la vita ingozzandosi di sesso e cibo. Un manifesto sfacciato e in parte incompreso di critica al consumismo e all’ autodistruzione. «Se tu non mangi, tu non puoi morire», dice Tognazzi al moribondo Michel, nutrendolo e nutrendosi di purea. Tognazzi rappresentava sulla scena i vizi dell’uomo, ma senza l’(auto)indulgenza dei personaggi di Sordi o la sbruffonaggine di Gassman. Amante delle donne, della cucina e di una vita in movimento, ha interpretato ruoli cinici, talvolta volgari, nei quali riconoscere se stesso e la società, attraverso uno sguardo attento dentro la mediocrità. Trent’anni sono tanti. Eppure, a volte, si spera ancora sia solo uno scherzo. Uno dei tanti. Una zingarata in più da rimproverare bonariamente come farebbero i suoi amici di sempre: «Vieni qui, non fare il bischero».
 

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