La protesta
Il rock è vivo e Freddie rimane il più carismatico di tutti
La band è ancora attuale ma a riportarla in alto è stato anche il film Bohemian Rhapsody con Rami Malek
Hai un bel dire che il rock è morto. Te lo trovi sempre fra i piedi e ogni volta è contagio buono, leggenda e sogno, trasgressione e utopia. Fenomeni rari nella contemporaneità, ma così piacevoli da rivivere, che questo del rock è rimasto l’unico campo del quale la memoria conservi un valore, in un’epoca di inquietanti amnesie collettive. E nei valori fondanti della voce «rock», a conquistare le masse furono soprattutto i gruppi, che aggiungevano ai topos generali il senso dell’amicizia virile (le donne hanno sempre contato poco, che strano), il lavoro e la follia che ne animavano le storie.
Che vi dico a fare i Beatles e gli Stones, ancora oggi ben più celebri di Beethoven. I Queen però avevano un plus, anzi un santino, il carismatico Freddie Mercury: forse il più grande interprete della storia di questo genere di musica così piena di sentimenti e urgenze, che egli incarnava con una forza e una sapienza da lasciarci ancora oggi sbalorditi, ogni volta che ci affacciamo a un video che lo vede in azione. Dovendo tentare una classifica, viene subito in mente il Live Aid dell’85 a Londra, inarrivabile infilzata con (almeno) Bohemian Rhapsody, Radio Ga Ga, We are the Champions; l’anno dopo il concerto a Knewborth, che sarebbe stato l’ultimo di Freddie, davanti a 150 mila persone, e fra i pezzi Another One Bites the Dust e Tie Your Mother Down; la storia più antica è segnata dal Nippon Budokan del 1979 a Tokyo, che si apriva con We Will Rock You, Freddy in berretto e giacca di pelle nera.
Una macchina da guerra sui palchi del mondo, Freddie, finché l’Aids se l’è portato via nel 1991 a soli 45 anni, lasciando sgomenti i fans e i suoi compagni di strada, Brian May, Roger Taylor, e John Deacon, che vedevano il vuoto davanti, dopo una vita passata sui palchi: si contano 707 concerti in 26 nazioni, dal 1971 fino al 1986.
Una band solida, grandi professionisti. Brian May è un chitarrista «de paura» (direbbe Guzzanti), sempre nei primi venti posti nelle classifiche specializzate (però sempre dietro a Van Halen), ancora rispettatissimo perché il suo tocco febbrile, unito alla teatralità di Freddy, riversava scariche elettriche sul pubblico. Il batterista Roger Taylor conobbe May rispondendo a un annuncio dove si cercava uno che suonasse «alla Ginger Baker». John Deacon, bassista, fu l’ultimo a entrare e l’unico a uscire di propria volontà, nel ’97. Brian May e Roger Taylor, sono stati abili a gestire quella che sembrava l’impossibile vita dei Queen senza Mercury. Anni di ricerche, ed ecco il non adatto Paul Rodgers; fu messo in campo brevemente perfino Zucchero, e ora abbastanza stabile c’è Adam Lambert, figlio del talent American Idol, che è sembrato la soluzione migliore, avvicinando la band ai più giovani. Ma nulla ha rimesso in piedi lo spirito queeniano quanto il film Bohemian Rhapsody con Rami Malek, del 2018, vincitore di 4 Oscar, prodotto dai Queen stessi, sul loro leggendario performer. Perché sempre a lui si torna. —
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