La protesta
Letter to you, il rock torna a casa L’autobiografia in note del Boss
In genere quando qualcuno ci dice «devo darti una notizia bella e una brutta» tendiamo a farci sparare in faccia prima quella brutta. Confidando sul fatto che il peso specifico di quella bella sia maggiore; e in grado di azzerare le negatività dell’altra, appena appresa.
Perciò, partiamo dalla cosa che fa male: non fosse intervenuta la pandemia, Bruce Springsteen e la E Street Band avrebbero tenuto quattro concerti a San Siro per promuovere Letter to you, il nuovo album uscito ieri. Il Boss aveva ipotizzato addirittura di aprire il tour mondiale a Milano: lo rivela una scena del film di Thom Zimny, reso disponibile su Apple TV Plus assieme all’uscita di Letter to you, in cui Springsteen e il fido Steve Van Zandt magnificano il pubblico italiano. Quella bella, che in parte cancella l’amarezza per gli show sfumati – e, speriamo, solo rimandati – è proprio l’ultimo lavoro di studio, il ventesimo di una carriera lunghissima e ineguagliabile. Quasi un’autobiografia in musica, Letter to you include autentiche perle come Last man standing, un omaggio ai Castiles, la band a cui Springsteen si unì da teenager e di cui è rimasto l’unico membro sopravvissuto dopo la morte dell’amico George Theiss nel 2018. Se mai fosse servita una riprova delle vette che è capace di toccare l’arte di Springsteen, ecco che la fornisce il ritorno alle sonorità ruvide e al contempo raffinate dell’amata E Street Band. Nei solchi dell’album trovano ospitalità brani degli albori della carriera – come If i was the priest e Song for orphans, che il Boss (ri)canta confondendo la sua voce con quella di Bob Dylan – incastonati nel ricamo delle nuove canzoni. «È un disco centrato su due argomenti – ha spiegato lo stesso Springsteen in un collegamento via Zoom dalla sua casa nel New Jersey con una ventina di giornalisti europei – quello della perdita e quello della gioia di fare musica come membro di una rock’n’roll band, quella sorta di fratellanza in cui entri quando sei molto giovane, il che significa che 45 anni dopo stai ancora suonando con le stesse persone con le quali andavi al liceo». Letter to you si apre e chiude nel segno della mortalità (e della possibilità di trascenderla). One minute you’re here è un’amara riflessione sulla vulnerabilità dell’esistenza. Nella canzone che dà nome all’album, il protagonista è immerso nel tempo dei bilanci, quando raccoglie «tutta la felicità e il dolore / le stelle della sera scura e il cielo azzurro del mattino» per trattenere tra le dita la vita che scivola via. L’uomo di Burnin’train invoca invece un treno che lo strappi dalla mortal cage, la «trappola mortale». E alla fine della corsa, arriva I’ll see you in my dreams, delicata elegia del concetto di amicizia, con l’ex menestrello di Asbury Park che si pone sull’incerto confine tra la vita e il dopo. Che non è però «l’ultima parola, non chiude la partita, non ferma la musica». Il rock è tornato a casa e la casa è la tenuta del Boss, dove l’anfitrione ha di nuovo riunito la fida E Street Band, assente dagli ultimi suoi lavori in studio. —
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