Gioco
D’Innocenzo, da Favolacce al noir «Un racconto “fluviale” in 6 atti»
I fratelli registi: le nostre storie sono universali, e per noi è il risultato più bello Stiamo preparando anche i prossimi due film, tra western e storie d’amore
Fulvia Caprara
Sono apparsi come due ufo nel firmamento del cinema italiano, due soggetti non identificati, originali in tutto, per ispirazione, percorso artistico, look, reciproca, affettuosa, attitudine, e anche modo attento, gentile, incuriosito, di gestire i rapporti con la stampa. Sono gli «E.T.» del nostro cinema, capaci di portare, da un altro pianeta, energia creativa sostenibile, in un panorama spesso asfittico. Esplosi, nel 2008, con La terra dell’abbastanza, che gli ha fatto guadagnare 4 candidature ai David di Donatello e un Nastro d’argento per il migliore esordio, hanno vinto l’Orso d’argento per la sceneggiatura di Favolacce all’ultima Berlinale. Una settimana dopo è iniziato il lockdown, ma il loro successo non si è fermato, anzi, hanno iniziato a moltiplicarsi gli inviti da tutto il mondo. Gli ultimi, in ordine di tempo, sono arrivati dal sedicesimo «Zurigo Film Festival» e dalla «Festa del cinema» di Roma dove, ieri, i fratelli D’Innocenzo sono stati protagonisti di un Incontro ravvicinato,
Che cosa vi ha insegnato l’esperienza di «Favolacce»?
«Abbiamo toccato con mano il fatto che le storie possono essere universali e comprensibili anche al di fuori del nostro Paese, questa è la consapevolezza più grande che abbiamo acquisito, ed è anche quella che ci spinge a continuare a fare quello che facciamo. Vorremmo dialogare sempre di più con modalità di vita differenti. Il virus ci impedisce di viaggiare fisicamente, così noi proviamo a farlo con la testa, proiettandoci in altre culture».
Quella di «Favolacce» è una storia truce, ma la realtà, anche negli ultimi mesi, si rivela sempre peggiore. Che effetto vi fanno gli ultimi fatti di cronaca?
«Ci stupiscono, credevamo che essersi battuti tutti insieme in una tragedia come quella della pandemia, avrebbe riscaldato l’umanità. La vicenda di Willy ci ha molto toccato, conosciamo quelle realtà periferiche. Ma ci ha sconcertato anche quella maestra che, in Cina, ha avvelenato 25 suoi alunni, quando l’abbiamo sentita, abbiamo detto "ma questa è Favolacce!". La vita vera supera la fantasia, anche a longitudini distanti dalle nostre».
Il successo può essere pericoloso. Voi come fate a restare con i piedi per terra?
«Questo mestiere meraviglioso comporta sempre un margine di insicurezza. Ogni volta che analizzi una nuova storia, riparti da zero, ti rimetti in gioco. Il cinema è un’arte che ricomincia daccapo, questo evita ogni possibile vizio, ogni tendenza ad accontentarsi. Il nostro prossimo film sarà un ennesimo debutto».
Intanto state preparando una serie per Sky.
«E’ un racconto lungo, fluviale. In genere siamo sintetici, questa storia, invece, convoglia diversi temi e può cavalcare benissimo l’arco dei 6 episodi. E’ un "noir" investigativo, un genere consolidato, non vogliamo scomodare grandi autori, ma noi siamo fan di David Fincher, ci piacciono storie come le sue».
Quando tornerete al cinema?
«Molto presto, abbiamo sviluppato due film, non sappiamo quale partirà per primo, uno è un western, l’altro una storia d’amore contemporanea, non ambientata a Roma, con tracce di thriller e nella direzione del sangue, dell’espressione più forte dei sentimenti».
Avete avuto incontri fondamentali, che hanno illuminato la vostra strada di autori. Penso a Matteo Garrone, a Paul Thomas Anderson. Ne avete fatti di nuovi?
«Io si - risponde Fabio - grazie a "Favolacce", ho incontrato quella che adesso è la mia ragazza, produttrice e distributrice francese, che adesso se n’è andata, è scappata via a Parigi...». —
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