Gioco
Son tutte belle le mamme del cinema Kawase e l’adozione, favola nera per Golino
Alla festa di Roma il giapponese “True mothers” e “Fortuna”, debutto di Gelormini tratto da un caso di cronaca
IL FESTIVAL
Un pianeta fantastico, lontano dai terrazzi spogli di un palazzo dell’orrore dove ogni angolo nasconde una trappola, ogni finestra un segreto rivoltante, ogni porta un abisso di degrado. Come in un film del terrore, rinunciando a qualunque intento cronachistico, Nicolangelo Gelormini rilegge in Fortuna, ieri alla Festa (e poi nelle sale con I Wonder), una storia di abusi e pedofilia realmente accaduta in un quartiere dell’hinterland napoletano dove, nel 2014, una bambina di 6 anni era stata scaraventata nel vuoto dopo aver cercato di sottrarsi all’ennesima violenza del convivente della madre. Di quel fatto, preceduto dalla morte di un altro bambino per le stesse ragioni, il regista ha conservato solo il nome della protagonista che, sullo schermo, tenta di sottrarsi alla paura e al disagio rinunciando alle parole e immaginando di essere una principessa di passaggio sulla Terra, in attesa di ritornare nella sua galassia: «Senza descrivere una vicenda indicibile, uso il cinema per raccontare un tradimento, quello peggiore, perpetrato da adulti nei confronti dei più piccoli. Così ho pensato di dare a Fortuna una seconda possibilità, un’occasione di riscatto». Un’ondata di madri ha avvolto, ieri, il cartellone della kermesse romana. Due si scambiano i ruoli nella mente scossa della protagonista di Fortuna (Cristina Magnotti), una è la psicologa della Asl Gina (Valeria Golino) eletta dalla bambina al ruolo di madre immaginaria, l’altra è la vera mamma, Rita (Pina Turco), la donna con cui non parla e da cui non vuol essere più toccata. Altre due occupano la narrazione di True Mothers, il film che la regista giapponese Naomi Kawase ha tratto dal romanzo omonimo della scrittrice Mizuki Tsujimura. Nel primo titolo (che ha il patrocinio di Save the Children) nessuna è all’altezza del ruolo, anzi, «entrambe falliscono», tra le mura scrostate di una «periferia dove l’assenza di investimento culturale ha finito per generare mostri, lasciando spazio all’affermarsi di belve e di impulsi animali». Nel secondo potrebbero esserlo al meglio ambedue, la madre naturale Hikari (Aju Makita) che ha messo al mondo un bimbo a 14 anni ed è stata costretta a cederlo, e quella adottiva Satoko (Hiromi Nagasaku), che non potendo averne, ha accolto felice il neonato. Ma niente è scontato nel percorso della maternità: «Nell’affrontare il ruolo - spiega la Golino - ho scelto di sapere il meno possibile della vicenda reale. Ho trovato che la sceneggiatura l’avesse traslata in un modo originale e amorevole, così ho cercato solo di entrare in quell’universo». Lieve, aerea, accogliente nei suoi abiti colorati, Gina è il contraltare di Rita, sempre nervosa, sempre di corsa, tutta spigoli: «Sullo schermo Valeria fluttua come una ballerina - dice Turco -, io, invece, striscio, arranco, sono una donna in cui serpeggia il senso di inadeguatezza». La natura, che vibra, ipnotica in ogni fotogramma del cinema di Kawase, indica, anche in True Mothers, la strada maestra. In Giappone, spiega la regista, esiste un sistema di adozione speciale che garantisce il trasferimento integrale di diritti e doveri genitoriali dai genitori biologici a quelli adottivi. Ma l’istituzione non può impedire che il senso materno riemerga, potente, in una ragazza come Hikari che aveva concepito suo figlio nell’estasi del primo amore: «Il film racconta come i tre personaggi principali, le due madri e il bambino che le unisce, si vedano a vicenda». —
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