Sicurezza
“The third day”, dramma di fanatismo e psicologia
The Third Day, da domani su Sky e NowTv, è una serie strana, come dice Emily Watson (Chernobyl). Perché è un mistery ma è anche un dramma psicologico. Perché parla di ossessione e di passione, e di fanatismo e di ignoranza, e perché riesce a ribaltare più volte, nel corso degli episodi, il punto di vista del racconto. La dimensione della realtà sfuma in quella del sogno: si toccano, si sfiorano e in alcune sequenze finiscono per sovrapporsi, e diventa difficile distinguere ciò che è vero da ciò che non esiste. «Quando ho letto la prima pagina della sceneggiatura - racconta Watson, che interpreta Mrs. Martin - sono letteralmente impazzita per la curiosità. E quando ho letto la mia parte, quando ho letto il linguaggio del mio personaggio, mi sono convinta. Volevo un ruolo del genere: un ruolo spontaneo, vero, sporco, viscerale». «Io mi sono innamorata del mio personaggio, Helen - dice Naomie Harris (Skyfall, No time to die), protagonista della seconda parte di The Third Day –. È una leonessa. È pronta a fare qualsiasi cosa per i suoi figli. In un certo senso, mi ha ricordato mia madre, che non ha mai avuto paura e che mi ha sempre aiutata. È una scrittrice. E sono cresciuta leggendo copioni, libri, sceneggiature. E per me la prima cosa, in un nuovo progetto, è proprio questa: la scrittura». «Anche perché - interviene Watson - se la sceneggiatura non è buona, non ci sono molte speranze. Io e Naomie, però, siamo un’eccezione: siamo sempre molto fortunate nel poter scegliere tra i progetti migliori. Questa serie aveva qualcosa di diverso, di insolito. Ed è una cosa piuttosto rara, direi. Soprattutto adesso: in quest’epoca piena di serie tv e di canali».
C’è una differenza sostanziale, continua l’attrice, tra piccolo e grande schermo. «La televisione ti permette di approfondire certi aspetti e di andare più a fondo con i personaggi. Ma è importante sapersi fermare, è importante saper dire di no. Un film ha un finale preciso, definitivo. Una serie tv, certe volte, no: rimane come sospesa. E poi stiamo vivendo un momento particolarmente significativo per le attrici». In che senso? «Nell’industria cinematografica - dice Watson - talvolta c’è come un pregiudizio nei confronti delle donne. A quarant’anni, puoi interpretare la madre o la moglie. E hai pochissime possibilità di essere la protagonista. In televisione, per le donne della mia età, ci sono molti più ruoli, e questo per l’effettivo controllo che il pubblico femminile ha sul contenuto: deve premere un pulsante». «In televisione - spiega Harris - c’è una richiesta maggiore di diversità. Gli scrittori sono molto più liberi, hanno il controllo della storia, e in questo modo possono spaziare e fare quello che più desiderano. La competizione che c’è tra grande e piccolo schermo spinge costantemente il cinema a fare di più, a migliorarsi e a dare più spazio alle voci più diverse». —
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