Il Tirreno

Vanzina: la satira è vita per una democrazia Gli sberleffi ai potenti di mio padre e Totò

Claudio Vecoli
Vanzina: la satira è vita per una democrazia Gli sberleffi ai potenti di mio padre e Totò

Il regista sarà premiato domani alla Capannina di Forte «Ma nel cinema e nei romanzi abbiamo smesso di farla...»

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Forte dei marmi

«Senza satira non c’è democrazia». Enrico Vanzina, regista di film cult che hanno fatto la storia della commedia all’italiana, non usa mezze misure. E non solo perché domani pomeriggio, sul palco della Capannina, riceverà il Premio Satira politica di Forte dei Marmi alla carriera. La sua è una convinzione profonda, autentica, vera. Che ha ispirato la sua lunga produzione artistica a fianco del fratello Carlo. Ma che ha respirato da sempre in casa grazie al padre – Stefano Vanzina, in arte Steno – che della libertà di espressione ha fatto uno stile anche al cinema.

Il Premio Satira alla carriera. Una bella soddisfazione per chi ha sempre cercato di descrivere con un occhio disincantato pregi e difetti degli italiani.

«I premi fanno sempre piacere. Ma legare il mio nome alla satira mi riempie di orgoglio. Sono sempre stato un difensore strenuo della satira. Tanto da arrivare a dire che la satira va sempre bene anche quando è di cattivo gusto. Perché chi crede nella satira difende anche quella di cattivo gusto. Il tasso di democrazia di un paese si misura sulla libertà della satira».

E allora l’Italia, da questo punto di vista, come è messa?

«L’Italia è sempre stato un paese fecondo quanto a satira. Mio padre, Steno, prima di diventare regista e sceneggiatore, faceva vignette satiriche per un giornale che si stampava a Roma prima della Seconda guerra mondiale e che si chiamava il Marc’Aurelio. Ma è il popolo italiano che ha sempre avuto una predilizione per la satira. E dalla Toscana fino a Napoli, passando per Roma, si è sempre coltivato il gusto di sbeffeggiare il potente o il politico. E Totò, da questo punto di vista, è stato un esempio: da uomo della strada si è sempre preso gioco dei potenti mettendoli alla berlina. Come stiamo messi ora? Devo dire che nonostante quello che a volte si dice c’è una grande libertà di stampa e anche una grande libertà di satira. Abbiamo però smesso di fare satira nei romanzi e nel cinema e questo è un peccato».

Perché?

«Perché siamo ormai invasi dal politicamente corretto. E questo è un male, perché il politicamente corretto è quanto di più scorretto ci sia. I casi di satira al cinema sono una rarità: mi vengono in mente pochi autori: il gruppo di Guzzanti o quelli di Boris, ad esempio. Ma si tratta di eccezioni. Importanti, però, perché è bene che sopravvivano delle sacche iconoclastiche di resistenza umana. Per il resto anche la commedia all’italiana è un po’ scaduta nella commedia ideologica o sentimentalistica. E, devo dire, mi mancano un po’ i bei film pungenti come quelli del primo Benigni».

E la satira politica?

«Fondamentalmente la satira politica è soprattutto di sinistra. Sono più forti, più attrezzati e di maggior talento. Da quando la destra sta poco al governo, però, quelli di sinistra fanno poca satira. Direi che su questo fronte non c’è mai stata una vera par condicio».

E poi c’è Grillo, che da comico è passato a fare il politico...

«Grillo è stato un esempio di come si pungeva con la satira politica. Devo dire che anche adesso nelle sue uscite parapolitiche, continua a fare satira. Utilizzando un linguaggio che non è certo in linea con il linguaggio normale della politica. Non voglio entrare in giudizi su Grillo, ma non c’è dubbio che il suo ingresso nella scena politica si sia fatto notare. Però al tempo stesso non si può non sottilineare che c’è un piccolo conflitto di interessi...» —



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