Il Tirreno

L’INTERVISTA 

Matt, l’eterno bad boy: «Coppola mi ha fatto innamorare del cinema. E ammiro Bertolucci»

Paola Taddeucci
Matt, l’eterno bad boy: «Coppola mi ha fatto innamorare del cinema. E ammiro Bertolucci»

Dillon premiato a Lucca. «Cerco da sempre la spontaneità. E con Von Trier ho imparato a girare senza provare nulla»

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La sua carriera partì subito alla grande con i “cattivi ragazzi” che, giovanissimo, interpretò al cinema: dall'esordio a 15 anni con “Giovani guerrieri” di Jonathan Kaplan alla doppietta “I ragazzi della 56° strada” e “Rusty il selvaggio” di Francis Ford Coppola nel 1983, quattro anni dopo. A distanza di tanto tempo - e di moltissimi altri film - Matt Dillon conserva non solo l'aspetto e la voce “sporca” da bad boy, ma la carica e l'entusiamo di quegli inizi che lo fecero diventare, ben presto, una superstar. Ed è proprio grazie all'entusiasmo per il cinema che il “cattivo ragazzo” – nato nello stato di New York da una famiglia di origini irlandesi - è diventato uno degli attori più versatili del grande schermo, spaziando in ruoli diversi sotto la direzione di grandi registi e cimentandosi anche nella regia. Di questa lunga carriera ha parlato al Lucca Film festival nel corso di una master class pubblica insieme con la regista lucchese Cristina Puccinelli e con lo scrittore Nicola Lagioia, con il quale ha condiviso l'esperienza di giurato alla recente Mostra del cinema di Venezia. L'incontro non poteva che partire da quegli inizi folgoranti con Kaplan e Coppola. «Partecipai al provino per “Giovani guerrieri” e fui preso – racconta Dillon – ma allora non sapevo ancora se volevo fare l'attore.

Andò benissimo, perché Kaplan è un grande regista e perché i personaggi del film erano veri, autentici». L' autenticità, peraltro, è stato ed è un leit-motiv della vita cinematografica di Dillon.

«Credo che l'aspetto più importante nella recitazione sia la spontaneità – dice -, ma deve essere unita alla preparazione, per cui bisogna provare e riprovare per creare un artificio il più autentico possibile. E' quello che cerco nei film, miei e in quelli degli altri».

Poi arrivò Coppola. «E' stata un'esperienza straordinaria – prosegue- fin dall'inizio ci ha incoraggiato a correre rischi, a lanciarci; e ci faceva lavorare molto. Esigeva rispetto e lo otteneva. Coppola è speciale». Nel filone dei film “maledetti” s'inserì, nel 1989, “Drugstore Cowboy” di Gus Vas Sant, altro regista di culto che l'attore statunitense ammira e dal quale venne diretto anche nel 1995 in “Da morire” con Nicole Kidman e Joaquin Phoenix. «Quello che colpisce di Van Sant – afferma – è la creatività, oltre alla capacità di concentrarsi sui personaggi e alle dinamiche che si sviluppano tra loro.

Un lavoro di introspezione psicologica che si riversa sugli attori». Ma il più cattivo dei ragazzi interpretato da Dillon – che fu protagonista, tra gli altri film, anche di “Tutti pazzi per Mary” dei fratelli Farrelly e di “Crash” di Paul Haggis – risale a tempi più recenti: è Jack, l'ingegnere psicopatico con tendenze ossessivo-compulsive de “La casa di Jack” diretto da Lars von Trier e presentato al Festival di Cannes 2018.

«Volevo lavorare con von Trier – dice l'attore statunitense – anche se non è stato facile calarmi nei panni di un serial killer in un film che ha definito il più brutale da lui girato. Ma volevo farlo.

Von Trier mi ha chiesto di fidarmi e mi sono fidato: è stata un'altra grande esperienza.

Il suo è un approccio completamente diverso da quello di Coppola: gira senza provare. La cosa incredibile è che le performance di tutti gli attori, pur senza prove, con lui diventano strabilianti: qualcosa di unico, succede solo con von Trier».

E i registi italiani? «Non riesco proprio a scegliere il mio preferito - risponde Dillon - perché ce ne sono troppi. Mi sarebbe piaciuto lavorare con Bernardo Bertolucci, di cui amo “Il conformista” e “Ultimo tango a Parigi”». Infine il passaggio dall'altra parte della macchina da presa: la prima volta nel 2002 con “City of Ghosts”, la seconda oggi con il documentario “El gran Fellove”, presentato pochi giorni fa al Festival di San Sebastian.

Dedicato al musicista cubano Francisco Fellove Valdes, virtuoso di canto jazz scomparso nel 2013, raccoglie materiali e filmati girati da Dillon nel 1999, mentre Fellove incideva un disco. «Un progetto che volevo fare da venti anni – conclude l'attore -. E' stato fantastico percepire l'energia di quella musica». —
 

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