Gioco
George Romero: «I miei zombi, gente che ha fatto il Vietnam»
Un colloquio inedito col regista, scomparso nel 2017, realizzato per il Torino Film Festival
l’intervista
Correva l’anno 2001 e il Torino Film Festival dedicava a George Romero la retrospettiva completa di tutti i suoi film. Il regista di La notte dei morti viventi restò a Torino dieci giorni e non si risparmiò per quanto riguardava incontri, interviste, semplici chiacchierate. Quella che segue è un’intervista rimasta inedita che in qualità allora di direttore del TFF realizzai con uno dei miei registi preferiti.
George Romero, i suoi zombi sono diversi dagli zombi che l’hanno preceduta nella storia del cinema…
«Sì, certo, quelli venivano dai riti voodoo, da leggende popolari. Sono film in cui il mostro diventa uno stereotipo e deve fare paura. Nei miei film invece a far paura sono gli umani, le persone. In La notte dei morti viventi il protagonista sopravvive agli zombi ma è ucciso dagli uomini dello sceriffo. In Martin il protagonista potrebbe essere un vampiro, ma chi lo uccide compie questo gesto perché lo ritiene colpevole di un delitto non commesso. I miei morti viventi non hanno nessun rapporto con il voodoo, non sono morti che rivivono perché qualcuno ha bisogno di schiavi. Intorno a loro non ci sono paludi o signorotti, ma supermercati, case, militari superviolenti. Non evocano i Caraibi ma il Vietnam, o le rivolte dei neri».
E infatti quasi tutte le riprese sono fatte con la cinepresa a mano, come nei documentari sulla guerriglia.
«Proprio così. Negli anni Quaranta c’erano dei bellissimi film con gli zombi, li girava un regista come Jacques Tourneur che amava realizzare i suoi film in modo classico, negli studi, con scenografie preparate apposta. Io invece ho girato tutto in luoghi veri, e con la cinepresa a mano per stare più vicino ai personaggi. Il cinema anni 40 mi piace, ma Orson Welles mi piace più di Tourneur».
Cosa ne pensa degli effetti speciali digitali? Secondo lei stanno cambiando la storia del cinema, in particolare quella del cinema fantastico?
«Io preferisco nettamente gli effetti tradizionali, quelli con il make up che modifica il volto e il corpo degli attori. Così come odio il fracasso, nei miei film non ci sono rumori che fanno sobbalzare lo spettatore, non c’è musica sparata a tutto volume. Mi piace che i mostri siano umani e che i film siano a misura d’uomo. In tutti i miei film ho avuto un collaboratore fantastico, Tom Savini, si deve soprattutto a lui se i miei mostri sono umanizzati. Per La notte dei morti viventi ho obbligato amici e parenti – erano loro le comparse del film, gli unici che mi potevo permettere – a truccarsi per ore prima di girare: e gran parte del film l’abbiamo girata nel fine settimana, perché tutti lavoravano e mi potevano dedicare solo i giorni di vacanza. Ma quando uscivano dal trucco ero davvero entusiasta: ok, mi dicevo, fanno paura ma sono come noi. I trucchi digitali sono invadenti e fracassoni, tendono a rendere i film delle favole. Io non amo le favole, amo la realtà. Martin, ad esempio, è quasi un documentario su come si vive a Pittsburgh, che è la mia città. Il fatto che il protagonista viva come un vampiro è quasi secondario rispetto ai temi principali del film che sono la superstizione, la solitudine, la droga, la società patriarcale».
Insomma, nei suoi film fa il tifo per gli zombi?
«Non nego che mi siano simpatici e che grazie a loro ho potuto raccontare il razzismo, il Vietnam, l’America di Bush che non è esattamente la mia. In La notte dei morti viventi metto in scena una famiglia tradizionale, padre madre e figlioletta, e due fratelli benestanti. Bene, i fratelli hanno tendenze incestuose e quanto alla famiglia alla fine la ragazzina si divora i genitori. Non sono più simpatici gli zombi?». –
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