Toscana
Paolo Conte, il docu-film espugna la montagna: Verdelli svela il mondo interiore di un genio
Interviste e testimonianze inedite per raccontare uno dei colossi della nostra musica, superando la sua riservatezza
Ci voleva un gran coraggio per scalare la montagna Paolo Conte. Bisognava salire, puntando in alto, rinunciando a guardare dentro la profondità dei crepacci, senza porsi il problema di spiegare, perchè tra l’autore e la sua musica non ci sono separazioni: «Mi hanno convinto», è la risposta laconica con cui Conte motiva la partecipazione al documentario di Giorgio Verdelli “Paolo Conte Via con me”. Dove le dichiarazioni di stima, affetto, venerazione dei tanti intervistati, contrastano con la stringatezza del personaggio. Più parlano di lui, si commuovono, e più Conte reagisce nella sua maniera asciutta: «Forse ho accettato - spiega con un piccolo sforzo di parole -, perché è stata l’occasione per tirar fuori dagli archivi e rimettere in circolazione tanto materiale che mi è caro». Una passeggiata lungo la vita, a bordo di quella Topolino amaranto che appare, in versione fiammante, alla fine e all’inizio: «Mi è difficilissimo - confessa lui - indagare su quella che è stata la mia esistenza». Gli unici punti di riferimento restano le canzoni (nel film ce ne sono 35) mescolate con le testimonianze di chi, in modo diverso, è stato toccato dalla grazia del più grande: «Conte è il principe della musica italiana - proclama Roberto Benigni -, c’è già una nobiltà nel suo nome, Conte è una croce bianca in campo rosso, un guelfo, un antico astesano. Quando si vedono i suoi concerti tutto si slarga e si infinita, è un’esperienza indimenticabile, per la bellezza dei movimenti, per la delicatezza delle composizioni». Eppure, a vederli insieme, l’avvocato e il toscanaccio, non sembrano avere punti in comune: «Per essere amico di Conte - dice Benigni - bisogna ottemperare a delle regole, con disciplina e onore». Un’aureola di autorevolezza lo circonda, tanto da spingere una futura star come Francesco De Gregori a chiedere scusa per aver riproposto «un arrangiamento particolarmente dissacrante» di Gelato al limone: «Un giorno me lo vidi comparire da lontano - ricorda Conte - alto, continuava a ripetere "mi perdonerai?"». La voce narrante di Luca Zingaretti accompagna lo spettatore alla scoperta del fenomeno adorato in patria e all’estero, da francesi come Jane Birkin, scrittori come Andrea Camilleri («Possiede l’eleganza dell’intelligenza»), registi come l’amico Pupi Avati che sorride: «L’ho sempre invidiato perché è molto bello, di quei tipi che piacciono alle donne. Ti odio, Paolo». E poi ci sono i colleghi, da Jovanotti a Peppe Servillo, e i quasi parenti, come Enzo Jannacci, che aveva un suo modo di cercarlo al telefono: «Diceva "pronto, c’è il poeta? Io sono il genio". Per me è come se fosse uno zio». A ogni canzone è legata una storia, un ricordo che ha a che fare con quella vita interiore così tenacemente nascosta: «E’ vero, ascoltandola, mia madre si mise a piangere - confessa Conte, a proposito di Azzurro -, penso che in quella canzone abbia sentito qualcosa del nostro passato e del nostro futuro». Verdelli spiega di aver evitato lo scoop: «Non mi interessava sapere come è nata quella determinata canzone. Sono opere d’arte, non hanno bisogno di spiegazioni». Nel film, in sala il 28, 29 e 30 settembre, si vedono inedite foto di famiglia, pezzi di vissuto che compongono il rompicapo Conte: «Rifuggo dall’autobiografia, continuo a scrivere per altri, quel tanto di autobiografico mi serve relativamente, il resto è invenzione». Il cinema, in effetti, c’entra parecchio con i suoi testi, ma il legame con il grande schermo ha radici nel passato: «Il cinema lo vedo in casa, per pigrizia, è più comodo stare sul sofà. E’ un rapporto di vecchia data, mi piace il bianco e nero, gli interpreti di quel periodo, veri mostri sacri». Tra divinità è naturale intendersi, in fondo Paolo Conte poteva essere immenso allora, esattamente come adesso. —
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