Gioco
Barbera, l’orgoglio di un Festival “diverso” «Meno titoli e ospiti, ma essere in sala è bello»
«Le Monde ci attacca? Mi fa arrabbiare, non siamo in clima di emergenza. Sono contento, la qualità è molto alta»
Il presidente della Biennale Roberto Cicutto parla di «laboratorio che il mondo ci invidia». Il direttore Alberto Barbera dice che «è stata una scommessa ragionata, una decisione non certo presa al buio». Di cifre inutile discutere, 5000 accreditati sui 12 mila del 2019, 20 mila biglietti venduti sugli 80 mila dello scorso anno. La Mostra ai tempi del Covid è un «unicum» che si spera di non dover mai più rivivere, con un tappeto rosso che Cicutto acutamente definisce «metafisico, un po’ nello stile De Chirico», e film in gara inevitabilmente pescati «in un bacino ridotto». Eppure la Mostra è viva e lotta per rilanciare il cinema in sala e «dare un segnale di fiducia». Al dodicesimo anno di mandato (rinnovabile), Barbera, insomma, appare soddisfatto, anche se alcune frecce avvelenate avrebbero potuto levargli il buonumore. Le Monde parla di Mostra «amorfa in clima di allerta sanitaria», un festival, insomma, che non andava fatto.
Che cosa risponde?
«Mi sono molto arrabbiato, Le Monde vale quel che vale ossia uno, e fa media con gli altri. Sono di gran lunga più numerosi i giudizi positivi, la rassegna stampa è persino imbarazzante per la quantità di elogi».
Un altro attacco arriva da Variety, che ha denunciato l’assenza di un giurato afroamericano. Che cosa ne pensa?
«Penso che gli americani, su questo tema, abbiano un nervo scoperto, è un’ossessione loro, non nostra. Possiamo mostrare una lista di tutte le persone contattate, afroamericane comprese, che non hanno potuto accettare per ovvie difficoltà di spostamento. Non dimentichiamo che sia le major che le maggiori piattaforme streaming, da Apple a Netflix, hanno letteralmente proibito ai loro talent di viaggiare. Sono molto rigidi, non c'è stato nulla da fare».
Qualcuno sostiene che la scelta dei film in competizione abbia risentito del clima Covide che qualcuno non meritasse il concorso. Come è andata?
«Nessuno ha scritto che io e i miei selezionatori siamo stati di manica larga. Le scelte sono state fatte senza alcuna particolare condiscendenza. L’unica, grande, mancanza riguarda titoli assenti perchè si è deciso di rimandarne l’uscita».
Sabato saranno consegnati i Leoni. Come stanno andando i lavori della giuria?
«So che Cate Blanchett ha imposto ritmi di lavoro intensissimi, che i giurati si trovano bene, che sono felici, e che l’esperienza collettiva è positiva».
Il protocollo anti-Covid prevede il distanziamento, le sale non possono essere piene e gli applausi sono inevitabilmente meno scroscianti del solito. E’ una Mostra rarefatta. Lei come la vede?
«Che ci sia meno intensità nei battimani è scontato, la partecipazione, però, resta generosa, i film apprezzati hanno avuto lunghi applausi e, su tutto, prevale la soddisfazione di essere di nuovo insieme, in una stessa sala».
La Berlinale ha appena varato i premi «genderless». Che ne dice?
«La prima impressione, a caldo, è stata di capire le ragioni della scelta, ovvero la volontà di abolire qualunque forma di discriminazione. Una grande interpretazione non ha genere.
Le intenzioni sono buone, ma vedo anche alcuni pericoli, come il rischio che la situazione si ribalti, perchè la discriminazione può riguardare anche gli uomini.
E poi non so se una decisione del genere riesca a bilanciare altre importanti questioni irrisolte, come la parità di salari e di diritti nel mondo del cinema». —
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