Il Tirreno

Ann Hui, una vera rivoluzionaria «Racconto la Hong Kong difficile»

GIULIA ZONCA
Ann Hui, una vera rivoluzionaria «Racconto la Hong Kong difficile»

Il Leone d’Oro alla carriera a una donna che rompe gli schemi e gli stereotipi  

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IL TRIBUTO



Rivoluzionaria. Ann Hui si muove sempre con questa etichetta attaccata al vestito, come un cartellino che nessuno osa togliere perché da il senso alla sua carriera. Ma lei non ha bisogno di slogan. Riceve il Leone alla carriera ed è subito sinceramente sovversiva: «Quando mi hanno detto che avrei condiviso il premio con Tilda Swinton ho pensato “sembrerò più brutta vicino a lei”, per fortuna abbiamo avuto due serate diverse». Eccola qui, la regista di Hong Kong che ha passato la carriera a rompere stereotipi, ad aprire varchi nei muri, intenta a scherzare sul suo aspetto: il più classico dei cliché. Essere destabilizzante le viene naturale, nel suo raffinato cinema costruito sui dettagli come nelle scelte mai ovvie e Love after love contiene sia la feroce estetica che la rottura. Siamo a Hong Kong, prima della seconda guerra mondiale, però non così distanti da oggi: «In questo lavoro i giovani si rivoltano contro le famiglie e contro la decadenze in cui restano invischiati, contro la depravazione dell’alta società». Il parallelismo resta sospeso, ma c’è, anche se non atterra nell’attualità. Hui non vuole dare giudizi sui dimostranti braccati dalla polizia: «Non credo sia questa la sede, il film che porto a Venezia ha una produzione cinese, gente che devo solo ringraziare. Mi hanno concesso di girare in libertà dimostrando come si possono unire forze diverse». Rispetto, non censura e poi parliamo della donna che ha esordito con Boat People, controversa storia di sopravvivenza nel Vietnam post invasione Usa. I tumulti di casa sua la seguono, la segnano e sono anche mescolati a questo melodramma in cui una ragazza sceglie l’uomo sbagliato e se lo tiene. «Abbiamo iniziato a montare quando la situazione si è fatta più agitata, dalla finestra arrivava l’odore dei lacrimogeni, per rientrare cercavo strade alternative su una app perché era impossibile percorrere quelle abituali», non erano rumori di fondo, ma angosce che Love after love riflette. Li è dipinta Hong Kong come destinazione ideale per i fuggitivi da Shanghai e sono tutti elegantissimi, molto impegnati a «sembrare occidentali». Quel posto era già allora un concentrato di diversità ed è diventato indipendente, culturalmente alternativo. La regista è parte della new wave che ha reso Hong Kong intrigante, ha contribuito a farla diventare come è ora mentre reclama libertà. Un gruppo di cineasti ha contribuito ad esportare questa idea, l’evidente autonomia. Lei John Woo, che ha mixato Hollywood e l’Oriente, Wong Kar– wai, Palma d’oro a Cannes, pezzi di un luogo che non si sempre definito come incrocio. Un modo di essere che Hui conosce bene, figlia di un cinese e di una giapponese, riproduce sempre questi ponti nei suoi gruppi di lavoro. «Famiglie», come li chiama lei, che ringrazia «a prescindere dalla provenienza»: non ha pudore a parlare delle repressione della sua gente, ha attenzione per le persone che hanno condiviso mesi complicati con lei e che vengono prima dell’etichetta. Non ha paura di strapparla perché lei resta rivoluzionaria anche quando non è scritto sul cartellino. —



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