Il Tirreno

cinema

Noce, gli anni di piombo e l’omaggio al padre: «Una lettera d’amore». Favino: emozioni vere

Fulvia Caprara
Il regista Claudio Noce e Pierfrancesco Favino
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Il regista Claudio Noce e Pierfrancesco Favino

Al Festival di Venezia presentato il film “Padrenostro” tra terrorismi ed affetti familiari: sarà nelle sale dal 24 settembre

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Che cosa resta nella mente di un bambino che ha visto il corpo del padre sussultare e poi cadere, raggiunto da una raffica di proiettili. Che cosa resta di una famiglia obbligata a convivere con la minaccia perenne di un omicidio a sangue freddo. Che cosa resta dell’Italia degli anni di piombo che sembra lontana, ma, in realtà, resta sempre in agguato. Nella trama di “Padrenostro”, primo titolo italiano ieri in gara alla Mostra, il passato è un luogo oscuro di sofferenza, rischiarato da un tenace amore filiale e da un’amicizia, talmente inattesa, da sembrare quasi sognata: «Questo film ha un significato particolare - dice il regista Claudio Noce -, è una vicenda ispirata alla storia della mia famiglia».

Un evento da prima pagina, datato 14 dicembre 1976, giorno in cui militanti dei Nuclei armati proletari provarono a uccidere a Roma, davanti all’ingresso della sua abitazione, il vicequestore Alfonso Noce (sullo schermo Pierfrancesco Favino) responsabile della sezione antiterrorismo di Lazio e Abruzzo. L’attentato provocò il ferimento alle gambe di Noce, la morte di uno dei due poliziotti della scorta, l’agente 24enne Prisco Palumbo, e di un terrorista, Martino Zichitella, colpito per errore. L’azione fu rivendicata dai Nap (poi condannati all’ergastolo), l’obiettivo, mancato, era uccidere «il boia» dell’«Sds», corpo di polizia speciale nato con il ministro Cossiga per far fronte all’emergenza terroristica.

Nel comunicato che seguì l’agguato c’era scritto che «la condanna a morte» di Noce era stata «soltanto rinviata. I proletari hanno tanta pazienza e lunga memoria». Con quella mannaia sulla testa il bambino Valerio (Mattia Garaci), inizia, nel film, a vivere un’esistenza tormentosa, fatta di trasferimenti improvvisi, di pianti repressi della madre (Barbara Ronchi), di apparizioni fugaci di un padre amatissimo, spesso inevitabilmente assente: «Per essere sconfitta - dice Noce - la rimozione va attraversata . Da tanti anni volevo fare un film su quel periodo, ricostruendolo attraverso lo sguardo di un bambino trafitto, è come se avessi scritto una lettera a mio padre». Nel vuoto ansioso di Valerio si fa strada, a poco a poco, la figura di Christian (Francesco Gheghi), un amico speciale, un adolescente ribelle, piovuto da chissà dove per fargli compagnia e per aiutarlo a crescere.

Un estraneo che, in realtà, si rivelerà terribilmente vicino a Valerio: «Nel mio personaggio - dice Favino - ho rivisto mio padre, ma ho anche ritrovato la mia voglia di carpirne la tenerezza che a lui sembrava debolezza. Come il regista, sono stato un bambino degli Anni 70, di quelli abituati ai salotti fumosi e ad andare a letto subito dopo Carosello. La nostra è stata una generazione messa sempre di lato, superata dalle altre, ma, forse, proprio questa posizione ci ha dato una laicità, la libertà di raccontare il percorso di un’amicizia stretta con chi sta dall’altra parte della barricata. E’ come se fosse arrivato finalmente il momento di dire come la pensiamo».

Rivela il regista: «I miei genitori hanno visto il film a Roma, in una proiezione privata, sono stati contenti, è stato un momento incredibile, molto emozionante anche per mio padre».

Per Favino, il ruolo di Padreno-stro (dal 24 nelle sale) è un ulteriore tassello nel mosaico di figure chiave della storia italiana che sta mettendo insieme: «Forse è solo casualità. Abbiamo iniziato a parlare di questo film prima che io girassi sia il Traditore che Hammamet. Ma, certo, ogni personaggio contiene un archetipo, e qui c’è quello di un padre e di un figlio. Padrenostro è un film emotivo, sentimentale, e in questo periodo in cui tutti siamo un po’ trattenuti, due ore di emozioni ce le possiamo concedere».

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di Redazione web