Gioco
«L’amore è la vera rivoluzione in Italia Per capirla bisogna raccontare le famiglie»
Daniele Luchetti è il regista del film di apertura “Lacci”, dal libro di Starnone, con Luigi Lo Cascio e Laura Morante
Venezia
Il dolore di rompere tutto, la responsabilità del tradimento, l’euforia di un nuovo amore, la condanna a una vita di desideri annientati. E alla fine la ribellione, affidata a chi ha sofferto di più. Le scene da un matrimonio che Daniele Luchetti ricostruisce in Lacci, sullo sfondo della Napoli Anni 80, hanno un carattere universale, non sono inedite, ma ci riguardano tutti, ed è questo il motivo per cui il regista ha scelto di descriverle: «Racconto un dramma familiare in cui ognuno può identificarsi, perché ognuno è stato figlio o genitore, ognuno avrebbe potuto tradire o essere tradito». Rinunciando al linguaggio che frequenta più spesso, la commedia venata di surreale, il regista del Portaborse e della Scuola si immerge in una storia di lacrime e piatti rotti, tentati suicidi e bambini che guardano, abbracci disperati e occasioni perse: «Prendo di petto i sentimenti, provo un passo diverso, un film che non abbia bisogno di un contesto storico o culturale per essere compreso, senza strizzare l’occhio o dare per scontato che lo spettatore la pensi come me».
Alla base di Lacci, applaudito ieri nella serata inaugurale della Mostra e contemporaneamente proiettato in 100 cinema italiani c’è il romanzo omonimo (Einaudi) di Domenico Starnone: «Quando l’ho letto per la prima volta ho trovato domande che mi interessavano da vicino. Attraverso una vicenda che dura trent’anni, due generazioni, legami che somigliano più al filo spinato che a lacci amorosi, si arriva alla fine con una domanda: “hai permesso alla tua vita di farsi governare dall’amore?”». Ammetterlo coincide con una rinuncia programmatica, vuol dire, per un autore che si è spesso occupato del sociale, deporre le armi della protesta, arrendersi a una verità molto italiana: «Quando sono andato a presentare in Israele Mio fratello è figlio unico ho conosciuto Abraham Yehoshua. Alla fine ricordo che mi disse “il tema del tuo Paese è proprio la famiglia”. Ed è così, la famiglia è il microcosmo che meglio permette di descrivere l’Italia». In più, stavolta, c’è la spinta personale. «Da qualche tempo, prima di tutto da spettatore, sono tornato a capire che ciò che mi interessa, nella narrazione, sono le relazioni, il modo migliore per raccontare non semplicemente noi stessi, ma noi stessi nel tempo in cui viviamo».
Nel film, sceneggiato dal regista con Starnone e Francesco Piccolo, recita «una squadra eccezionale di attori», Alba Rohrwacher, Luigi Lo Cascio, Silvio Orlando, Laura Morante, Adriano Giannini, Giovanna Mezzogiorno, Linda Caridi: «Ho voluto essere accompagnato da interpreti che amo, li ho tormentati con la vicinanza della macchina da presa, trattando i volti come paesaggi da esplorare. Nel loro lavoro non ho cercato la perfezione, ma le smagliature, le distrazioni, una qualche verità. A volte, scherzando, dico di essere un regista imperfezionista, preferisco l’imprevisto, il gesto che mi coglie di sorpresa, e questo si può ottenere avendo attori aperti, che si fidano di te, perché sanno che, se cadono, qualcuno li regge».
L’arco di tempo in cui si svolge il racconto ha reso necessari cambi di interpreti, per le diverse età della vita. Così Alba Rohrwacher, Vanda all’epoca della separazione, è sostituita da Laura Morante per l’età matura. E lo stesso vale per Luigi Lo Cascio, Aldo nella fase della passione e poi Silvio Orlando in quella del tramonto: «Prima delle riprese - dice Morante - abbiamo fatto una lettura collettiva, per cercare un accordo tra i personaggi nelle varie fasi». Secondo Lo Cascio il suo Aldo «è un uomo confuso, incapace di calcolare le conseguenze di quello che fa, pensa di essere deciso e non lo è affatto e, per questo, finisce per fare un capitombolo». —
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