Il Tirreno

cinema

Venezia si riscopre giovane e fresca. C’è voglia di stare insieme e di bei film

GIULIA ZONCA
Il direttore Alberto Barbera
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Il direttore Alberto Barbera

La città si rianima dopo mesi di depressione, e il programma lascia spazio alla qualità. Con la cauta apertura al pubblico

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VENEZIA. Venezia si sente all’improvviso giovanissima. Di nuovo calpestata e da passi freschi, quasi scalzi. Volteggia come faceva nel 1946 quando al Lido gli alleati occupavano il Palazzo del cinema e nessuno parlava più di Coppa Mussolini. Anche adesso rinasce e non sapere bene come, a questo punto, è più un brivido che una paura.

La mostra del cinema ne ha avute di edizioni strambe, senza concorso, dentro la contestazione per un decennio intero: dal 1969 al 1979, un lockdown a puntate. Ma questa più che una ripartenza sembra un punto a capo, un abisso di imprevisto in cui le abitudini cambiano nome, i tappeti rossi diventano rulli volanti capaci di trainare film e Biennale in un’altra dimensione.

Succede qui, nel posto che tutto il mondo ha eletto cartolina del deserto, tra le calli trasformate in sfondo per la fantasia più sfrenata: «Venezia con l’acqua trasparente», «Venezia con i pesci», «Venezia con i profumi», «Venezia con i veneziani», solo che era vuota, ferma, muta. Il Lido circolava sofferente nelle immagini definite da Visconti, Morte a Venezia, appunto e invece oggi è l’esatto opposto: una frenesia lecita che non si nutre di divi e masse, di ammissione o esclusione, ma di frequentazione. Mista.

Vita a Venezia, al Lido che non aspetta troppe stelle, non mira a puntare i telefonini sull’attracco dell’hotel Excelsior per catturare i saluti e le pose. Si farà, si sbircerà, ma intanto chi di solito abita l’isola non è scappato. Un inedito. I residenti sono curiosi di rivedere il loro mondo popolarsi con la dovuta attenzione. Si è stati indecisi, pure spaventati, poi si è arrivati al dunque, mentre sulla passerella cresce un divisorio che l’organizzazione chiama «spazio alternativo» si decide di credere quasi a tutto. Di affidarsi. Bisogna aspettare di vedere l’effetto che fa, prima di appiccicare le etichette, potere del cambiamento creativo. Si capirà a breve se quel compensato dietro la sfilata delle celebrità dà un limite di sicurezza alla prospettiva dei fotografi o separa il pubblico dalle persone famose. La distanza è socialmente accettata, l’assenza no e qui si tocca il desiderio di condividere sguardi, emozioni, un po’ di quel fermento che negli anni passati si dava per irraggiungibile.

Tanti accalcati, a caccia di autografi e comunque ben consapevoli di stare dall’altra parte. Ora apparentemente c’è un vero muro eppure chi incanta e chi guarda sembrano più prossimi. Coinvolti nella stessa avventura.

Il direttore Alberto Barbera ha eretto un programma strenuamente cinefilo intorno ai dubbi, li vuole stritolare con la qualità, con la cura. Agli arrembanti numeri del contagio consegna la scelta definitiva: «Si poteva non fare la mostra? Sì. Si doveva evitare di farla? Forse sì... Per noi la risposta giusta è: non si poteva non farla». E il calendario puntella la convinzione. Si parte da Molecole, documentario che racconta i giorni immobili e si chiude con Lasciami andare, regia di Mordini, cast con Stefano Accorsi, Maya Sansa e Alice Rossi e protagonista Venezia. Lei, nell’acqua alta, lei che si regge su palazzi che si sbriciolano, lei che sa essere tanto magica da alimentare le presenze dei morti. E persino una coppia che ha perso un figlio e quindi ogni luce, riesce a trovare pace quando i canali passano dalla tristezza al fascino. Uno strano equilibrio che si muove al ritmo dell’acqua e lascia pochi punti di riferimento, è un ritmo da intenditori. Un cartellone consegnato agli amanti delle sale buie, in astinenza da trasporto. Questo Festival è il primo che si accende dopo la pandemia. Tour de France escluso, è il solo grande evento aperto al pubblico in assoluto, fino a qui: è il punto dove tutti guardano per avere una linea guida. Per riconquistare un minimo di fiducia.

Riapre le porte pure la Biennale ai Giardini, dopo aver rimandato ogni rassegna di un anno, si presenta con Muse inquiete, quando l’arte, in ogni sua forma, attraversa la storia. Questa edizione, la numero 77, meriterebbe subito un posto nell’esposizione. Più che condizionare la storia, la buca e da domani cade oro dalle finestre del Museo Correr affacciate sulla Basilica di San Marco. Un’istallazione di Fabrizio Plessi, un’inaugurazione dopo il letargo, la polvere di stelle che forse al Lido non sarà così evidente. E magari neppure serve, sostituita da questa frenesia leggera e collettiva. Da passi che non hanno nemmeno bisogno di un nome. Figurarsi di uno famoso. –


 

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