Il Tirreno

firenze, lezione di stile del celebre artista 

Il baritono Àlvarez stecca ferma l’applauso e ricanta

Il.bo.

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firenze

Un inceppo nella voce. Sul finale dell’aria. Il pubblico ha già l’applauso nelle mani. Ma il baritono scuote leggermente la testa. Soprattutto, Carlo Àlvarez, una delle voci più belle della lirica contemporanea, mette una mano avanti. Stop. La voce continua a cantare le ultime battute, ma la mano è lì, ferma, fra lui e il pubblico che assiste alla seconda recita di “Un ballo in maschera” al teatro del Maggio musicale.

Non vuole applausi Carlos Àlvarez, Renato per Verdi. Non ancora. Ha commesso un errore. Succede anche ai migliori. Se n’è accorto, ha proseguito fino alla fine, perché così si fa in teatro. Poi, come l’aria è terminata, ha ripreso dalla battuta sulla quale è inciampato. Dove la voce non gli ha obbedito: Rizzi, il direttore d’orchestra si è voltato, lo ha guardato, lo ha aspettato. Ha aspettato che l’artista dimostrasse che a volte si cade, perché si è artisti ed esseri umani. Ma se si è preparati, se si studia e la voce c’è (e non è un’invenzione) ci si può riprendere. Così quel “d’amore” che la prima volta esce un po’ zoppicante dalla gola, la seconda volta è bello, pulito. Allora la mano di Àlvarez si abbassa, non c’è più il veto all’applauso. A quel punto il pubblico seduto in cavea, sui tetti del teatro del Maggio, è libero di decidere se applaudire. Ora può valutare liberamente se ha gradito quello che ha ascoltato.

Il pubblico applaude. Perché quello che ha ascoltato è piaciuto. Perché è stato colto di sorpresa da quel gesto insolito in teatro. Perché ha appena ricevuto una lezione di stile. E pure di vita. In un momento (e in un Paese) in cui nessuno ammette mai di aver sbagliato, in un momento in cui quando si rintracciano gli errori è sempre colpa di altri o c’è sempre una giustificazione a portata di mano, c’è ancora chi si assume la responsabilità dello sbaglio. Lo ammette e prova a rimediare. La lezione del Maestro. —

Il.bo.

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