Gioco
Addio donna Crespi fondatrice del Fai ex zarina dell’editoria tutelava la bella Italia
Aveva 97 anni, da sempre regina dell’imprenditoria italiana Nel ’75 creò la fondazione per la protezione dell’ambiente
MILANO
Lunga la vita pienissima di Giulia Maria Mozzoni Crespi, Gran lombarda tra gli ultimi a potersi fregiare di questo appellativo gaddiano, morta ieri a 97 anni, preceduta di soli due mesi dal figlio Aldo con cui amministrava amorevolmente le Cascine Orsine. Il cotone dell’impresa di famiglia e l’industria agricola condotta secondo i dettami biodinamici, la proprietà del Corriere della Sera e la tutela appassionata del paesaggio, dai castelli ai boschi, dalle tenute alle coste, grazie al Fondo Italiano per l’Ambiente di cui è stata madre e presidente onorario fino alla fine: nel suo quasi secolo di vita questa donna dallo sguardo chiaro e dal polso di ferro ha riassunto i temi storici, economici e civili della propria regione di provenienza.
Nata ereditiera nella villa avita di Merate, quel Biffo adornato dai marmi di Portaluppi, e additata fin dalle elementari in via Spiga come «la bambina dei Crespi del Corriere», Giulia Maria viene presto educata in casa da una schiera di precettori, tra cui Fernanda Wittgens, poi indimenticabile direttrice di Brera. Moglie del conte Marco Paravicini e mamma di due gemelli, vedova dopo soltanto quattro anni di matrimonio (si risposerà con l’architetto Guglielmo Mozzoni, e sarà un matrimonio lunghissimo e felice), è una giovane donna privilegiata che avrebbe potuto risolversi tra le crociere e il palco della Scala, corso Venezia e il Cappuccio. Ma l’impresa di famiglia l’affascina, e prima ancora di trovarsi accomandataria del Corriere della Sera, cioè responsabile della linea e dei bilanci del giornale, in sostituzione del padre malato e alla morte dei due zii, già dal 1960 mette il piede in via Solferino.
Lo racconta nelle sue memorie, intitolate Il mio filo rosso e pubblicate da Einaudi cinque anni fa: «Il giorno precedente, le raccomandazioni di mio padre non finivano: “Vestito modesto. Non parlare. Ascolta. E ricordati, puntualità». Lei segna tutto su un quadernino, quasi un diario di bordo delle riunioni in sala Albertini, e probabilmente cerca di far dimenticare di essere femmina e figlia del padrone. Quando già era editrice a tutti gli effetti, Giovanni Spadolini la chiamava «la fanciullina».
Seguono, fino al 1975, vicende intricate e velenose, culminate nel 1972 nel famoso cambio di direttore, da Giovanni Spadolini a Piero Ottone, che la Milano conservatrice considerò un colpo di mano comunista fomentato dagli amici di sinistra di Giulia Maria, «la famiglia Cederna, Guido Samarè, Tadini, Carlo Meana e Gae Aulenti, i fratelli Vergani, i fratelli Mauri», e che la penna principe del giornale Indro Montanelli accusò, nell’intervista che gli costò il posto, di essere stato condotto in «modo autoritario, prepotente e guatemalteco».
In quel Corriere scrissero Natalia Ginzburg, Goffredo Parise e soprattutto Pier Paolo Pasolini, quello estremo del «Processo» alla Dc, la cui assunzione fu, racconta lei, «esecrata dal mondo bene di Milano». La chiamavano zarina, mormoravano che avesse una storia con Mario Capanna, le perquisirono casa, perfino. Poi la crisi del giornale precipitò, gli altri membri della famiglia vendettero le quote e alla fine, dopo novant’anni, i Crespi uscirono dal Corriere.
Ma la seconda vita di Giulia Maria era lì pronta, dettata da una passione per la natura e il suo potere salvifico, oltre che da un’idea pure quella molto lombardo-giansenista della restituzione dei beni ricevuti dalla provvidenza, e dell’urgenza del fare. Tutto era cominciato nel 1958, quando la sua migliore amica Tatia Franchetti, moglie del pittore Cy Twombly, l’aveva portata alla scoperta di una Sardegna che allora era il Far West (e dove il vecchio Crespi la implorava di non comprare terra, per paura dei banditi). Sulla spiaggia di Cala di Trana aveva sperimentato un’epifania, «l’evento più epocale della mia vita, un segno del Destino che si è dipanato negli anni con decisiva, assoluta coerenza»: quella spiaggia e quella collina divennero un’oasi intatta, preservata dallo sfruttamento turistico.
Segni di quella coerenza sono stati, nel 1967, la progettazione della mostra «Italia da salvare», concepita con Renato Bazzoni nell’ambito della sezione milanese di Italia Nostra, e, nell’aprile 1975, proprio mentre si chiudeva la vicenda del Corriere, ancora in collaborazione con Bazzoni la nascita del Fai, sancito dall’acquisto per 500 milioni di lire, tutti di tasca Crespi, del monastero di Torba in provincia di Varese. L’esempio britannico del National Trust arrivava dunque nel Paese al mondo con il più imponente patrimonio artistico: seguirono meraviglie come San Fruttuoso, il Balbianello, la Villa Necchi Campiglio, Masino, La Manta, il Castello di Avio, Villa Panza. Oggi il Fai piange la propria visionaria fondatrice, e promette di non tradirne il solco. —
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