Il Tirreno

L’INTERVISTA 

Veronesi, quel “Colibrì” che Strega: «Racconto la mia voglia di energia»

Mirella Serri
Veronesi, quel “Colibrì” che Strega: «Racconto la mia voglia di energia»

Lo scrittore pratese fa il bis al premio letterario: «Rivincere dopo 14 anni è davvero incredibile. L’ho scritto prima della pandemia, ma contiene aspetti molto attuali»

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MIRELLA SERRI

Riccioli scompigliati con striature di grigio e sul viso qualche traccia del tempo, dei suoi 61 anni trascorsi mantenendo l’aspetto da eterno ragazzo, giacche casual e ogni tanto pure una camicia in stile hawaiano. Ieri mattina, però, Sandro Veronesi qualche segno di stanchezza in più l’aveva: è stata una serata magica ma anche impegnativa al Ninfeo di Villa Giulia dove ha vinto per la seconda volta il premio Strega con “Il colibrì” (La nave di Teseo editore). Con 200 voti ha distaccato “La misura del tempo” (Einaudi Stile Libero) di Gianrico Carofiglio, secondo con 132 preferenze.

Com’è andata la nottata?

«Faticosa. Ho fatto bisboccia e sono andato a letto tardi», spiega il narratore fiorentino che ricorda di non aver provato un’emozione analoga quando nel 2006, con “Caos calmo”, si era portato a casa l’alloro per la prima volta. «Mi sento sotto pressione. È incredibile. Il fatto che il mio libro con un gesto di generosità e di fiducia sia stato votato dai 600 giurati dello Strega, in buona parte gli stessi che mi hanno già scelto 14 anni fa, mi costringe a un’ulteriore prova. Questa vittoria e questo libro mi impegnano per il futuro». Veronesi è uno degli scrittori italiani più capaci di esprimere emozioni forti: temperamento passionale e a volte anche fumantino (come dimostra uno scontro di qualche mese fa con l’ex ministro Matteo Salvini), sa raccontare l’amicizia, l’amore, in tutte le sfumature e accezioni - non sempre necessariamente sensuali ed erotiche -, la malattia, la sofferenza e la morte.

Pensa di dover dimostrare che il premio lo ha meritato?

«Non devo provare nulla. A chi polemizza con questo Strega bis rispondo che l’alloro ha incoronato non me, l’autore, ma il mio libro. Ho ricevuto migliaia di attestati di stima. Adesso non ho tempo di rispondere adeguatamente. Ma lo farò. Il successo è, così è stato spesso detto, un participio passato. Non voglio che sia tale anche per me. “Il colibrì” è stato scritto prima della pandemia ma contiene messaggi molto attuali».

Si riferisce al capitolo intitolato «Mascherina»?

«Cerco di narrare come il mio protagonista, Marco Carrera, dopo lutti e dolori, riesca a mantenere viva e salda la propria identità interiore. A trovare nuove fonti di energia. L’emergenza sanitaria in cui abbiamo vissuto è stata una specie di sincope sociale, un’ischemia che ha bloccato il sangue della civiltà che non irrora più il cervello sociale. Ci è stato vietato di circolare liberamente, di visitare città e musei, d’incontrarci e discutere: questa è la civiltà che ci è mancata. Adesso dobbiamo cercare di ripristinare la circolazione a tutti i livelli».

Crede che il romanzo abbia il compito di divulgare punti di vista etici o politici?

«Non mi sono mai servito di pagine letterarie per comunicare i miei giudizi sulla politica. Scrivevo “Il colibrì” e ho avvertito l’urgenza di intervenire: animato da una forte spinta militante ho interrotto la stesura del racconto per affrontare con un polemico pamphlet le sofferenze dei migranti. Sono stati otto mesi in cui ho fatto l’attivista».

A proposito di passioni, lei è da sempre un acceso tifoso della Juve: la squadra del cuore si è congratulata per la sua vittoria. Come si fa a essere juventini, essendo come lei nati a Firenze e avendo vissuto a Prato?

«In Toscana domina il campanilismo. È una terra di divisioni . Firenze è la città più detestata da tutte le altre della regione, soprattutto dagli abitanti di Prato. Un ragazzino che, come me, frequentava le elementari a Prato sceglieva tra le squadre in grado di danneggiare la Fiorentina. All’epoca erano tre, la Juve, l’Inter e il Milan. Scelsi la prima anche per il nome che voleva dire gioventù. Da allora… fedelissimo negli anni».

Piglio eroico e forti turbamenti: nel romanzo d’esordio “Per dove parte questo treno allegro”, in “Caos calmo” o nel “Colibrì” e in tanti altri suoi libri, questi tratti appartengono soprattutto alla figura paterna. Come mai?

«I padri hanno un ruolo fondamentale nella mia produzione letteraria. Nei miei romanzi, al padre è affidato il compito di incarnare le tensioni, i dubbi, i conflitti sociali. Mentre alla madre è collegata un’idea di benessere e di felicità».

L’altra sera al Ninfeo si è trovato a duellare proprio con un suo «padre» letterario, anche se di due anni più giovane di lei: il libro del suo avversario Carofiglio è stato pubblicato dalla collana Stile Libero, creata e diretta da Paolo Repetti per l’Einaudi. Proprio Repetti era stato il suo scopritore e l’aveva lanciata con la piccola editrice Theoria. Ha sentito di compiere un parricidio?

«Sì, ma molto tempo fa. Mi ricordo una litigata con Repetti, un grande editore, quando decisi di abbandonarlo per passare alla Mondadori. All’epoca dirigeva il colosso di Segrate Gian Arturo Ferrari, in lizza allo Strega 2020 con il suo “Ragazzo italiano”. Comunque ho abbandonato e tradito anche lui per passare alla Bompiani. Un doppio confronto-scontro edipico ha dominato la serata. E adesso con La nave di Teseo, giovane editrice, abbiamo sconfitto proprio il gruppo Mondadori-Einaudi».

Ironia della sorte e miracoli dello Strega. —



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