Il Tirreno

L’ode a New York e il cono Sammontana È morto Milton Glaser, il genio del logo

Massimiliano Panarari
L’ode a New York e il cono Sammontana È morto Milton Glaser, il genio del logo

Si è spento uno dei più grandi designer creativi degli ultimi decenni 

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IL RICORDO

Massimiliano Panarari

Un distillato di pura energia creativa. O, se si preferisce, una delle figure per le quali è nata la definizione di «creativo». Nel giorno del suo novantunesimo compleanno, il 26 giugno, se n’è andato Milton Glaser, uno dei maghi della cultura e della comunicazione visiva del secondo Novecento e uno degli artefici della cultura visuale che ci accompagna da decenni. Un «Newyorker» al mille per cento, figlio della metropoli dove si è compiuta in modo esemplare quell’«esperienza della modernità» descritta dal suo concittadino - e intellettuale radical - Marshall Berman, che proveniva, al pari del designer e illustratore appena scomparso, da un certo ambiente ebraico newyorkese.Glaser era nato nel 1929 da genitori ebrei ungheresi ed era cresciuto in un caratteristico «co-ops», quella tipologia di condomini espressione dell’edilizia cooperativa dove il vivere associato coincideva con una forma di socializzazione politica. Che, giustappunto, teneva insieme in maniera non disgiungibile ebraismo e militanza di sinistra, un’eredità che l’artista porterà sempre con sé, e ne farà una delle icone grafiche dei tempi della controcultura. Un rivoluzionario del segno visivo, che visse una tappa italiana del suo processo di formazione, quando, dopo la laurea, nel ‘51, arrivò all’Accademia di Belle Arti di Bologna. E così ne scaturì l’occasione di studiare incisione con Giorgio Morandi, uno dei suoi riferimenti artistici fondamentali insieme con Piero della Francesca e la pittura rinascimentale, da cui trarrà quella concezione di una bidimensionalità «statica» che trasfonderà nella grafica.Tornato a New York, nel ‘54, Glaser dà vita al «Push Pin Studio», che inaugura un nuovo approccio alla grafica alle radici della nascita del visual design: il «Push Pin Style», una tendenza corale, nella quale i soci professionisti dello studio mantengono le proprie specificità di sguardo e tratto, ma che presenta una «poetica» comune, mescolando i richiami alle avanguardie storiche con i rimandi all’art déco e all’art nouveau e ai fremiti «manieristi» dell’età vittoriana. E attraverso questo mix genera uno stile riconoscibilissimo e originale, che intercetta lo spirito del tempo delle inquietudini e degli aneliti al cambiamento degli Anni 60 e 70. Il deus ex machina di questo movimento vero e proprio è, per l’appunto, Glaser, il quale, nel ‘68, aveva fondato, con Clay Felker, il «New York Magazine». Un’icona è il poster promozionale del ‘66 - pieno di echi duchampiani e venduto in 6 milioni di copie - di un disco di Dylan, che l’anno successivo si tramuta nella copertina dell’album «Bob Dylan’s Greatest Hits».

L’amore per l’Italia di Glaser è anche alla base di alcuni successi come i manifesti pubblicitari per le campagne di Campari Soda e dell’Olivetti, oltre che per la Sammontana; fu lui a ideare il celebre cono gelato che campeggia da anni sul logo. Una grafica di rottura, che teneva uniti un segno essenziale e colori vivacissimi capaci di riproporre le visioni della psichedelia. Il 1974 è l’anno dello studio Milton Glaser Inc. che sviluppa la pittura murale per il New Federal Office Building a Indianapolis, il parco dei divertimenti Sesame Place in Pennsylvania e la grafica dei ristoranti del World Trade Center di New York.

E di lì a poco il graphic designer viene colto dall’ennesimo lampo di genio. La New York della seconda metà dei 70 è una città in bancarotta e pervasa da un sentimento di insicurezza - non a caso la fonte di ispirazione della retrodistopica Gotham City che fa da sfondo al film «Joker» di Todd Phillips. Il Department of Commerce prova a rilanciare il turismo e Glaser nel ‘76 ha un’intuizione folgorante che si traduce nel memorabile logo «I love NY»: un atto d’amore per la città che si convertirà in un pilastro della cultura visiva americana e in un simbolo di proiezione globale. Un «rebranding», che ha ridefinito l’immaginario di tutti noi. E una delle idee più sfavillanti di un principe della grafica che, nel 1983, aveva dato vita allo studio Wemg, specializzato nell’editoria, con il quale aveva lavorato per il «Washington Post» e «Fortune» e – avendo sempre l’Italia nel cuore – anche per «L’Espresso». —



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