Sicurezza
Charlize Theron torna su Netflix: «Ho l’anima guerriera»
Protagonista del film “The Old Guard”, basato sull’omonimo fumetto
Fulvia Caprara / roma
Era già scritto nel suo destino, nelle origini sudafricane, nell’adolescenza complicata, nella bellezza sfolgorante. Di sicuro Charlize Theron possiede da sempre una vena combattiva, una propensione a non subire. Lontana dalle immagini che l’hanno lanciata e continuano a celebrarla, lo spot con l’abito di filo in via di disfacimento e lo scatto dorato e statuario in cui pubblicizza un famoso profumo, Theron è diventata, negli anni, icona di potere al femminile. Così, dopo essere stata l’impavida Furiosa “Mad Max Fury Road”, la spia Lorraine Broughton di “Atomica bionda”, la giornalista che fa scoppiare il caso di molestie in “Bombshell”, la diva, ormai stabilmente impegnata nella produzione, è ora la mattatrice di “The Old Guard” (su Netflix dal 10 luglio), guerriera dalle mille vite. Dai tempi della caccia alle streghe fino a quelli di oggi, in cui il pericolo più grande può essere rappresentato, come racconta il film, dai malefici interessi del manager di un’industria farmaceutica decisa a impadronirsi dell’elisir di vita eterna: «Quello che rende “The Old Guard” diverso da tutti gli altri film con supereroi immortali - spiega l’attrice - è che qui non parliamo di divinità. I personaggi non ci tengono a mettere in mostra la loro abilità nel non morire, sono esseri normali, con personalità autentiche, fatte di sentimenti e anche di umorismo».
Nel film lei è Andy, alla guida di una pattuglia di maschi. Che cosa l’ha attratta del personaggio?
«Per Andy la cosa che conta di più è la squadra. Che è poi la sua vera famiglia, e anche l’unica ragione per cui continua a vivere. Con i suoi compagni combatte per le cose in cui crede, per difendere i deboli e chi ha bisogno di aiuto».
In che cosa è diverso, secondo lei, un capo donna da un capo maschio?
«Non penso che nella vita si possano fare classificazioni come queste, chi è bravo, chi non è bravo. Non credo che tra i maschi e le femmine debba esserci una specie di competizione continua, nessuno può essere qualificato solo in base al sesso. Direi che noi donne possiamo essere brave e, certe volte, migliori, dipende dalle situazioni e dalle giornate».
Una volta ha detto di essere attratta dai personaggi vulnerabili, dalle sconfitte. Perché?
«Forse questa è la certezza in cui più mi ritrovo. Non conosco gente perfetta, ma solo gente che cerca di sopravvivere, con i piedi per terra, facendo quello che può. E queste sono le persone a cui mi sento più vicina. Il discorso vale soprattutto per le donne, che devono vedersela con una società in cui si pensa che debbano essere per forza o brave lavoratrici o brave madri, e noi, invece, siamo molto più complesse. Quando affermo che sono attratta dagli errori, dalla cadute, voglio dire che noi donne, proprio per questo, saremmo in grado di rendere al meglio certi sentimenti e che invece, al cinema, questa occasione ci viene offerta molto di rado. Quando ero ragazza e vedevo recitare Nicholson e De Niro in quel tipo di personaggi, perdenti, irrisolti, sentivo che la gente li amava. Non mi attira l’idea di vedere sullo schermo immagini di donne perfette, perché io non sono una donna perfetta e quindi non mi ci ritroverei».
Le capita sempre più spesso di essere produttrice oltre che attrice.
«Credo si tratti di due mestieri ugualmente creativi, mi piace fare ambedue le cose, produrre e recitare. Forse in questi ultimi anni mi sono resa conto che essere produttrice mi fa diventare un’attrice migliore, con una consapevolezza più completa di tutto il processo che accompagna la realizzazione di un film».
Come ha affrontato le scene dei combattimenti?
«Mi sono allenata per cinque giorni alla settimana per quasi quattro mesi».
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