«Io e Bobo ci emozioniamo ancora»: gli 80 anni ottimistici di Staino
Il popolare vignettista fiorentino riflette sul suo percorso e prepara nuove cose In arrivo una storia ispirata a Dostoevskj e una sul Partito comunista
FIRENZE. Ottanta anni, sentirseli addosso, ma guardarli con simpatia. Con ottimismo. Quell’ottimismo della volontà, mitigato dal pessimismo della ragione, che gramscianamente da sempre guida i passi di Bobo. Le sue strisce, i suoi commenti, le sue riflessioni. A proposito di riflessioni, alle quali evidentemente non eravamo abituati ma alle quali in questi mesi di clausura ci siamo dovuti piegare come fosse un obbligo, un dovere morale, quali sono state quelle di Bobo? «Ultimamente Bobo riflette poco volentieri perché se si mette a farlo passa dritto all’opposizione. Se riflette su quello che fanno e come si comportano certi suoi ministri, gli prende un acuto senso di disperazione. Finirebbe per spararsi. E invece di cose da fare, di progetti da portare avanti ne ha ancora tanti. Vorrebbe ridiscutere un po’ di più del suo partito, vorrebbe contribuire a dargli una prospettiva al di là di questo avventurismo del quotidiano che non porta da nessuna parte, aiutarlo a levare di mezzo gli opportunisti, sarebbe un bel segnale di rinnovamento».
Sergio Staino e Bobo convivono da 40 anni e da allora condividono il gusto della politica e il gesto della militanza. Una sana indignazione e una giusta serenità li anima. Complice il tempo che non fa sconti («a 80 anni io vivo il fascino della quarta età, lui invece è rimasto ai suoi primi 40, subisce ancora delusioni») forse si diventa più saggi e si finisce per somigliarsi («ci siamo difesi dal coronavirus con pazienza e rispetto») ma di certo si creano incroci fra ieri e oggi, questi sì degni di riflessione: «Non è il solito mantra della sinistra che non riesce a stare unita. È che non si può pensare solo a se stessi. Se personalità del calibro di Amendola e Ingrao, di Pajetta e Terracini non avessero messo da parte il proprio protagonismo di partiti ne avremmo avuti non due o tre ma una ventina». E allora ci ritorna in mente quanto scrisse a suo tempo Umberto Eco: «Lo storico del futuro che voglia capire che cosa è successo a una generazione italiana, dovrà tener presente anche Bobo, forse più che dei libri di Toni Negri, dei discorsi di Berlinguer, o delle annate di Lotta Continua».
In questa sorta di tritacarne che sintetizza la politica dei giorni nostri, che spazio è rimasto alla satira? «Il problema è che una volta l’evoluzione della politica, i suoi scontri, le sue ipocrisie, avevano tempi lunghi. Non rischiavi la bruciatura. Oggi la situazione cambia ogni due ore. Prendiamo i Cinque Stelle, in una giornata cambiano posizione cinque volte. Come fai a preparare con un anticipo, anche minimo, una vignetta che risulti non superata. C’è una necessità di affrettarsi che ci manda fuori giri. Al contrario la satira di costume e sociale ci dà più respiro per lavorare e forse ci permette di andare più nel profondo di quanto non faccia quella scopertamente politica. Che è entrata in crisi non solo per la mancanza di passione dei diretti interessati ma soprattutto per quell’incitamento all’odio e al rancore che i populismi diffondono nelle classi popolari». Forse la forza di Bobo più che nell’indignarsi sta nell’emozionarsi. Senza fare bilanci, che servono a poco perché poco si impara dalle lezioni della storia, Bobo traghetta la sua immagine con giustificato orgoglio. Così a breve, il 25 giugno, per La Nave di Teso, esce “Quell’idiota di Bobo” dove l’idiota del titolo è nientemeno che il protagonista di Dostoevskj, mentre nel 2021 è attesa «una storia sentimentale del Partito comunista che mi ha chiesto la Mondadori, per la quale sto scavando nel passato, come forse dovrebbe fare un vecchio di 80 anni».
Appunto 80 anni: ricordi, episodi, memorie che vengono a galla, vecchie fratture, scossoni, riverberi, emozioni. Dimenticando Bobo cosa emerge dallo zainetto di Sergio Staino voltandosi indietro: «Il 26 luglio del ‘43, dopo quel fatidico 25 luglio. Mi nonno che mi mette in mano una bandierina rossa di carta e mi porta con sé all’assalto della Casa del fascio di Piancastagnaio. Chissà forse ci avevo preso gusto. Dopo un po’ mi disse che non era il caso di insistere e mi riportò a casa. Avevo tre anni, me lo ricordo come fosse oggi». —
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