Gioco
Il brand Uffizi per “maggiorare” i biglietti Società americana risarcirà 106 mila euro
La sentenza negli Usa. Schmidt: un risultato storico, il nostro marchio non può essere usurpato
il caso
La sentenza che arriva dagli Stati Uniti, oltre al sapore della vittoria, rappresenta per gli Uffizi il riconoscimento della propria unicità a livello globale. Un brand che appartiene solo alla Galleria, e alla città di cui è il testimone principe nel mondo, e che solo da essa può essere veicolato. Per i furbetti dei biglietti la sconfitta è sonora. Tanto più che stavolta i furbetti non sono bagarini qualunque. Viaggiavano sul web e detenevano vari domini registrati oltreoceano che utilizzavano siti seducenti e apparentemente legali come uffizi.com, uffizi.net, uffizigallery.com, uffizigallery.org e simili. Un circuito di siti pirata, finalizzato alla vendita dei biglietti del museo a prezzi maggiorati, usando indebitamente il nome Uffizi per trarre in inganno i visitatori. L'azione legale avviata contro la BoxNic, la società americana responsabile di questo meccanismo di bagarinaggio online, che per anni ha utilizzato nome, logo e marchio "Uffizi" a proprio esclusivo profitto, esercitando di fatto un’attività di "secondari ticketing" a danno della Galleria e della sua reputazione, risale a diversi anni fa. Un primo risultato a favore si è avuto in febbraio, quando la Corte Federale dell'Arizona ha stabilito che solo il museo fiorentino può usare siti web contenenti il vocabolo "Uffizi", in quanto unico legittimo titolare del nome stesso, stabilendo al contempo che la BoxNic interrompesse immediatamente questa pratica, considerandola del tutto illecita e abusiva, imputandole i reati di “cybersquatting” (occupazione abusiva di spazio informatico), “trademark infringement and dilution” (violazione e sfruttamento del marchio identitario e commerciale) e concorrenza sleale. Ora gli stessi magistrati americani hanno condannato BoxNic a rimborsare agli Uffizi le spese legali del processo sostenuto in America: è di 120mila dollari la somma che l'azienda dovrà corrispondere al museo, equivalente a circa 106mila euro. «Non si è trattato di un contenzioso qualsiasi – sottolinea il direttore Eike Schmidt - dietro il fenomeno del bagarinaggio online girano somme enormi, guadagni sottratti alla collettività che vanno a finire nelle tasche dei furbetti del web. Questa è una vittoria storica, non solo perchè per la prima volta in assoluto un tribunale americano ha vietato l'utilizzo da parte di terzi dei domini ma anche perchè nel sistema giuridico statunitense è raro che il giudice condanni al pagamento delle spese legali: evidentemente stavolta per i giudici dell'Arizona questa misura è del tutto giustificata dalla gravità del comportamento. Abbiamo assestato un colpo devastante contro i vampiri della Rete che per anni, come parassiti, hanno illegalmente e in malafede sfruttato il nostro patrimonio e la nostra immagine, sottraendo risorse al bene comune. Ma la nostra battaglia non si ferma certo qui, prosegue ancora più dura per debellare questa piaga. Adesso siamo pronti ad agire contro chiunque certi di poter vincere». —
Gabriele Rizza
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