Il Tirreno

L’America e la sua anima in frantumi La cultura lacerata dalla questione razziale

GIANNI RIOTTA
L’America e la sua anima in frantumi La cultura lacerata dalla questione razziale

Scrittori e artisti si interrogano sui problemi aperti che l’uccisione di Floyd ha riportato in primo piano 

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IL TEMA

GIANNI RIOTTA

Tempo, amore, perdite, speranze e tragedie: così Greg Ito, artista californiano, descrive i suoi dipinti, brillanti come i pixel di uno schermo digitale. Chiamato, insieme con altri tredici pittori, a ritrarre per il Los Angeles Times la stagione di protesta americana seguita alla morte dell’afroamericano George Floyd, Ito parte dunque dallo schermo di un cellulare, stretto da due mani grigie, che sembrano indossare guanti anti coronavirus. Il telefono è acceso dal lampo di un elicottero, in picchiata per disperdere dimostranti, come a Washington i mezzi della Guardia Nazionale.

La galleria di manifesti del L.A. Times raccoglie opere di Bijou Karman, il profilo di Angela Davis, l’assistente marxista del filosofo Herbert Marcuse, a lungo detenuta, e Alexandra Bowman, una pantera nera, icona delle Black Panthers rivoluzionarie. Karman e Bowman legano la rivolta al passato del movimento dei diritti civili, King, Malcolm X, Stokely Carmichael, Ito coglie invece il legame tra storia, cultura, politica e rete social media.

Alle manifestazioni di questi giorni sentite il nome di Breonna Taylor, giovane uccisa dalla polizia durante una controversa perquisizione. Se però il mondo conosce George Floyd più di Breonna è per il video del brutale strangolamento, quel che non è «social» non esiste nel XXI secolo, come Greg Ito illustra, viviamo il ritmo costante dell’era digitale. Jammie Holmes, artista visuale, ha fatto volare aerei sui cieli di New York, Detroit, Miami, Dallas, L.A, costringendo migliaia di persone a guardare a naso in su le scritte gigantesche in maiuscolo che i velivoli trainavano, «Mi fa male il collo», «Mi uccidono», «Non posso respirare», le parole dell’agonia di Floyd.

Quando un movimento sociale è davvero in sintonia con il mutamento di una società, diritti civili Usa, ’68, femminismo, arte e cultura ne anticipano i temi con precisione. In uscita in agosto, il nuovo libro del preside della facoltà di studi afro-americani di Princeton Eddie Glaude, noto in Italia per il saggio In a shade of blue. Una nuova politica per i neri d’America (Odoya), ha per titolo Begin again, ricominciare, un riesame dello scrittore nero James Baldwin. Doppiamente discriminato, afroamericano e gay, Baldwin scrive libri struggenti, Gridalo forte del 1953 (ed. Amos), La stanza di Giovanni, 1956 (Fandango), che Glaude rilegge come ricomposizione delle identità infrante, tema ruggente ora in strada. «Jimmy Baldwin, la sua rabbia, il suo amore, la sua generosità e vulnerabilità, la sua insistenza nell’essere individuale… sono una forma di perfezionismo nero e democratico. Baldwin aspira all’interezza, ma ammette di essere frantumato come persona. I giapponesi hanno il kintsugi, dove i cocci di una ceramica vengono rimessi insieme da filamenti d’oro. Ricomporre qualcosa di spezzato è magnifico atto di auto creazione» spiega Glaude al periodico Religion&Politics.

Questo è lo sforzo richiesto per comprendere lo spirito che anima l’America negli ultimi mesi dell’amministrazione Trump, non si tratta solo di «rabbia», è ricerca di un’identità contemporanea. La cultura del partito repubblicano ne è lacerata, con tutti i nominati del partito alla Casa Bianca dal 2000, Bush, McCain e Romney a denunciare via via il presidente, e il mormone Romney a marciare con centinaia di evangelici. Ma anche il partito democratico si frantuma, con tanti militanti a chiedere al nominato Joe Biden di assumere una linea più progressista. E la stessa comunità nera si spacca sulla violenza. «È una chiara evidenza storica» scrive la premio Pulitzer del New York Times Nikole Hannah-Jones «che la non violenza è stata un fallimento per i neri americani. Il movimento per i diritti civili fu non violento, ma non contò nulla sulle leggi progressiste anni ’60» e venne represso con la forza dai bianchi. Omar Wasow, docente di scienze politiche a Princeton, dissente: «Ho pianto vedendo la morte di Floyd. La rabbia in strada può essere giusta, morale, ma non è strategica», porta consensi a Trump. La memoria del pacifismo di King è contesa, se ne ricorda l’ultima stagione, quando si radicalizzò, come alla fine della vita, di converso, Malcolm X venne moderando le sue idee. Si contesta la presenza dei bianchi ai cortei, «Solidarietà o vanità?» chiede la saggista Stacey Patton, ma il professor Wasow analizza 275.000 titoli di giornali sui disordini razziali del 1968, studiandone l’effetto alle elezioni tra Nixon e Humphrey: , le violenze aiutarono i repubblicani. Perfino la scritta sul monumento a Winston Churchill, «Era un razzista», rivela le tensioni, chi si indigna per l’offesa al premier antinazista, chi, come Bill McKibben, il saggista celebre per il pamphlet La fine della natura, ricorda che Churchill considerava Gandhi «un fachiro mezzo nudo», lesinava i viveri all’India, «quelli figliano come conigli», e condivideva i pregiudizi del tempo contro gli ebrei. Eppure fronteggiò da solo Hitler: senza capire le contraddizioni, non si capisce la storia, nel 1945 e nel 2020. Chi giudica da un graffito resta al buio, senza neppure la lucetta dei video di Greg Ito. —



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di Redazione web