Il Tirreno

malato da tempo, aveva 82 ani 

Se n’è andato Gervaso Era il re degli aforismi

MARIO BAUDINO
Se n’è andato Gervaso Era il re degli aforismi

Elegante, bon vivant, si definiva un giornalista-polemista L’inseparabile papillon e la collaborazione con Montanelli

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MARIO BAUDINO

Si definiva «divulgatore e polemista», è stato uno dei giornalisti – e dei divulgatori storici – più prolifici. Un volto televisivo, un “bon vivant” e per universale testimonianza un uomo simpaticissimo, un vero incantore. Roberto Gervaso si è spento ieri a 82 anni, icona della Seconda e forse della Terza Repubblica, in tempo, nella sua ultima fase di instancabile aforista, di lasciarcene uno divertente e feroce sull’attuale premier: «Conte, Pretty Man». Ce n’è anche un altro quasi testamentario: «Il cinico sa quel che vuole; lo scettico quello che vorrebbe». Era anche vegetariano, possedeva una enorme collezione di cappelli, tutti Borsalino, e infiniti papillon che nella sua fase di conduttore e commentatore televisivo erano diventati il segno distintivo, il marchio di fabbrica. Ha inventato l’intervista «alla Gervaso» (domande brevissime, ritmo veloce, incalzante, personaggi come scolpiti con pochi tocchi), ed è stato a lungo ferocemente alternativo a Oriana Fallaci, con la quale all’epoca del “Corriere della Sera” non mancarono screzi, forse urla. Il “Corriere” è stato il suo giornale d’elezione fino almeno a tutti gli anni Settanta (poi scrisse davvero un po’ dappertutto), e Indro Montanelli il suo mentore. Si incontrarono prestissimo, lui neanche trentenne, e cominciò una lunga collaborazione. Firmarono insieme molti volumi (sei, dal terzo all’ottavo) della “Storia d’Italia” – li scrisse soprattutto lui – che ebbero uno smisurato successo. Quando lasciò il “Corriere” Montanelli continuò l’opera con Mario Cervi, e Gervaso, libero, si lanciò nella sua lunga carriera di intervistatore incrociando tutti i potenti del mondo e non solo, da Georges Simenon a Coretta King, la vedova di Martin Luther, che, disse, lo trattò malissimo: fino ad Anastasio Somoza, il dittatore del Nicaragua, che lo incontrò un attimo prima di essere cacciato dai sandinisti. Era un conservatore anarchico, vaccinato sia a destra sia a sinistra, come il suo maestro e come Leo Longanesi. Si diceva anzi, anche sulla base di una notevole somiglianza, che fosse in realtà figlio naturale di Montanelli, il che avrebbe spiegato l’amore paterno riversato su di lui – lo chiamava del resto «Robertino». A un’audace domanda in proposito (del collega Luigi Mascheroni, sul “Giornale”) invece di arrabbiarsi rispose che «aveva 28 anni più di me, ero magro come lui. Ci stava... Io l’ho sempre trovata una cosa divertente». Poteva suonare anche come una mezza ammissione, e del resto «figlio» culturalmente lo era senz’altro, coi suoi 40 libri tra raccolte d’interviste e volumi di divulgazione storica (e quello più importante è certamente la biografia di Claretta Petacci), la sua eleganza sempre un po’ risentita ma con un più di cordialità, la sua vena conservatrice e liberale, ironica, a volte provocatoria. Commise i suoi errori, gravi: nell’81 il suo nome venne scoperto negli elenchi della loggia P2: Si difese dicendo che si era iscritto per raccogliere materiale sulla massoneria, cui dedicò infatti un libro, ma la giustificazione non sembrò troppo convincente. Fu comunque un breve intoppo. Dal ’96 e per vent’anni condusse due successivi programmi su Retequattro, affrontando i temi dell’economia e della politica, della cultura come del costume, sempre con la sua distaccata ironia, e quello sguardo un po’ beffardo che gli si indovinava sotto l’aplomb del borghese-quasi-dandy, ma non troppo. —

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