Toscana
Loach cambia visione: «Dopo la pandemia potrebbe arrivare un altro neorealismo»
Il regista: lo spettatore cambierà, i film dovranno far pensare. Lo streaming? Può influire sulla sopravvivenza del cinema
La capacità di entrare in contatto diretto con le persone, di ascoltare con reale interesse per gli altri. Al telefono da Londra, Ken Loach, il grande maestro del cinema dalla parte degli ultimi, chiede prima di tutto come va e poi affronta i problemi di petto, senza giri di parole, con la coerenza lucida che lo ha guidato nell’intera carriera, illuminata di successi.
Siamo destinati, dopo l’esperienza del Covid, a un ripensamento globale, da tutti i punti di vista, economici, politici, sociali. Cosa può succedere?
«Tutto può accadere, ma il ripensamento sarà possibile solo se ci saranno un programma politico e una leadership in grado di attuarlo. Sì, sicuramente le persone hanno riscoperto il vicinato, hanno capito che, se agiscono insieme, possono diventare forti, che bisogna prendersi cura l’uno dell’altro e che i problemi non si risolvono mai in solitudine, ma dividendoli con il prossimo. E poi tutti abbiamo respirato aria pulita, ci siamo resi conto di quanto sia diversa da quella a cui siamo abituati e abbiamo capito che non è giusto il continuo super-sfruttamento delle risorse ambientali. Tutte queste consapevolezze hanno però bisogno di essere tradotte in un programma politico che investa nei servizi pubblici, che punti a rilanciare il valore del lavoro non per arricchire i profitti dei padroni, ma per soddisfare i bisogni di ognuno».
La crisi del lavoro è il primo fra i drammatici problemi all’orizzonte del dopo-pandemia, e i precari, come quelli del suo film, sono le vittime designate. Che ne pensa?
«Sì, è vero. In questa fase i fattorini delle consegne a domicilio hanno avuto tantissimo da fare, siamo stati tutti chiusi a casa e abbiamo avuto bisogno di loro. Ciò non toglie che essi continuino a lavorare in condizioni pessime, di totale vulnerabilità. Sono sotto pressione e avrebbero bisogno di grande aiuto perchè entrano in contatto, senza nessun tipo di protezione, con tanta gente che, magari, potrebbe essere malata. Penso che la loro sia tra le prime situazioni a dover essere sanata».
Come è stato il suo lockdown?
«Ho cercato di fare una passeggiata ogni giorno, ma, a essere onesto, tra mail e altro, ho avuto sempre un sacco da fare...Penso che, se tutto questo fosse accaduto trent’anni fa, avremmo avuto tanto tempo libero, ma adesso non è così, e sono certo che sia lo stesso anche per lei. Vediamo i nostri ragazzi negli incontri Zoom quasi tutti i giorni, e questa è una cosa buona, anche se io, in quel tipo di collegamenti, non resisto molto a lungo».
Sta pensando a un nuovo film?
«Non so, è una possibilità, non sto realmente pensando a un nuovo progetto e comunque ritengo che la crisi sanitaria abbia cambiato tutto, a iniziare dallo stato d’animo delle persone, dalle loro priorità. Qualunque film si faccia, bisognerà tenere conto di questa platea diversa».
In molti si interrogano sul tipo di cinema che verrà dopo la pandemia, facendo paragoni con il dopoguerra. Che idee ha in proposito?
«Non so, dopo la guerra la gente viveva periodi terribili, forse potrebbe esserci un nuovo neo-realismo, credo che tutti avremo bisogno di ridere, ma anche di pensare, la gente avrà voglia di riflettere, per non tornare indietro, al caos che c’era prima, alle pessime condizioni vissute ai tempi di Thatcher, di Blair e di Johnson, il virus ha messo a nudo tutto questo».
Il Covid ha messo in ginocchio il cinema in sala, favorendo la diffusione dello streaming. Come andrà a finire?
«Certo, lo streaming potrebbe avere un’influenza molto forte sulla sopravvivenza dei cinema. Io non riesco a vedere un film se non in una sala. Ma penso anche che si era detto che il cinema avrebbe ucciso il teatro e poi che la televisione avrebbe ucciso il cinema, poi però non è accaduto niente di tutto questo. La gente ha bisogno di storie e di ritrovare se stessa sullo schermo. E’ importante, quindi, e questo dovrebbe essere un altro impegno della politica, che ogni piccolo paese continui ad avere il suo cinema con una programmazione interessante, che faccia riscoprire la gioia di vedere un film in sala e, adesso, anche quella di uscire di casa». —
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