Gioco
Alberto racconta un altro Sordi, a colloquio con l’uomo
Nell’opera di Maria Antonietta Schiavina le confidenze inedite su amore, arte e altri rimpianti
«Che cercate Albertone? Albertone è’n amore! Un mito, un grande, è tutti noi! ». È un mercoledì di aprile del 1998 e l’inizio di un’avventura bellissima prende il via da un tassista romano che porta una giornalista in via Emilia 47, all’ufficio di Alberto Sordi. Maria Antonietta Schiavina l’Albertone nazionale lo conosce già. L’ha intervistato altre volte per Gioia e Gente. Proprio in occasione dell’ultimo incontro, in un periodo nel quale tutti sembravano essersi svegliati opinionisti e in grado di dire la propria su qualsiasi argomento, lei aveva chiesto a lui, l’attore che meglio si era guardato attorno vestendo i panni dell’italiano medio, nei suoi pregi e nei difetti, di scrivere un libro. Non una biografia, sia ben chiaro. Ma un libro di pensieri. Si intitola “Alberto racconta Sordi. Confidenze inedite su amore, arte e altri rimpianti” (uscito ieri per Mondadori che metterà on line le registrazioni originali fra Sordi e Schiavina, e con logo della Fondazione Museo Alberto Sordi) quello che ha il sapore di un testamento tenero, lucido e nostalgico, nato dalle interviste che la giornalista ha fatto all’attore a partire dall’aprile del 1998 per più di un anno.
Oddio, interviste. Meglio dire conversazioni, come fu per Costanzo Costantini nel volume “Fellini: raccontando di me” o per il famoso Truffaut alle prese con “Il cinema secondo Hitchock”. “Alberto racconta Sordi” è il frutto di incontri, chiacchierate, confessioni aperte e altre più intime. E ancora, ricordi, amori, qualche rimpianto e tanta nostalgia. Per i cari che non ci sono più, per gli amori andati, per quelle «manifestazioni che sono insite nel romano: l’indolenza, il ragionamento, la diffidenza», e per quella Roma che «ancora non sono riusciti a distruggere, ma stanno facendo di tutto per renderla una città come le altre».
Il libro di Maria Antonietta Schiavina non è una biografia. È meglio. Perché racconta il Sordi uomo prima dell’artista. E, attraverso quei pensieri dell’uomo, arriva a far conoscere anche l’artista. Un Alberto «piccolo e gigantesco – dice la giornalista – con il suo faccione e quelli occhi da matto, come li aveva definiti Fellini. Piccolo perché non era per nulla alto, ma gigantesco per il modo di fare. Era un talento, non solo quando recitava. Ed era grandissimo nei sentimenti. Per nulla avaro, come fu accusato ma, al contrario, generoso».
Nato il 15 giugno del 1920 a Trastevere, nelle conversazioni con Schiavina, Sordi racconta la propria infanzia di ultimo di quattro fratelli, terremoto egocentrico con l’istinto innato dello spettacolo. Giovane romano in un quartiere pieno di calore, di vicoli, di ricette scambiate sull’uscio, di educazione condivisa, voci, felicità e piccole cose. Come la Nutella che metteva nel caffè. Sordi racconta gli amori, la famiglia, le volte in cui è andato vicino a sposarsi, il rimpianto di non aver avuto figli, addolcito dai tanti bambini che ha conosciuto e aiutato negli orfanotrofi. E poi gli amici, artisti e non.
Le donne della sua vita. Dalla madre alle amate sorelle, dalla segretaria Annunziata Sgreccia a Paola Comin, assistente e ufficio stampa, «l’unica che ha sempre difeso la memoria di Sordi da tutte le lotte ereditarie e da tutti gli squallidi pettegolezzi postumi», precisa Schiavina. Pensieri a ruota libera, per un ruolo da intervistato spesso ribaltato in intervistatore. Temi importanti (la fede, gli affetti, il ricordo, l’ostinato desiderio di emergere), e film, realizzati o solo progettati. «Filmetti, filmacci, filmone», come diceva lui che ha rappresentato sul grande schermo vizi e virtù dell’italiano medio, fra la risata e l’amarezza. E che ha saputo rivelarsi anche in ruoli diversi come in “Un borghese piccolo piccolo”, affidando a “Nestore, l’ultima corsa”, il lascito del suo ultimo pezzo di vita, fatto di malinconia, dell’amore per gli animali e per i vecchi, della tristezza che si prova quando non si serve più. Fra i tanti amici, collaboratori e colleghi, anche Federico Fellini, con il quale ha girato Lo sceicco bianco e I vitelloni. Un’amicizia andata avanti tutta la vita fra il regista bambino e sognatore e l’attore neorealista satirico. E poi De Chirico, Totò ed Ettore Scola che, quando si presentò a Sordi, era giovane, elegante e profumato .
«Pur conoscendolo da prima, quel giorno di aprile del 1998, nel taxi che mi portava in via Emilia 47, mi sentivo terribilmente inadeguata – ricorda Maria Antonietta Schiavina – Arrivai due ore prima, un po’ da buona milanese e un po’ da perfetta apprensiva. Lui, invece, fu puntualissimo. Quando lo vidi rimasi bloccata. Oddio, pensai, cosa gli chiedo per non sembrare banale? E poi iniziò lui a parlare. Avevo con me, per sicurezza, due registratori. Quando finimmo, tornando a casa in treno, mi misi ad ascoltare. È stata una bellissima esperienza, con una persona particolare, semplice. Sì, era piccolo e gigantesco». Ed era’n amore! Un mito, un grande, era tutti noi! —
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