Il Tirreno

È morto Celant, guru dell’arte povera Un genio poliforme tra Italia e New York

MANUELA GANDINI

Aveva 80 anni, lo ha ucciso il coronavirus 

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MANUELA GANDINI

Vengo da una famiglia di impiegati, come il gallerista Gian Enzo Sperone viene da una famiglia di portinai. Per noi l’arte era la revance, l’uscita. Avevamo la rabbia di farcela ma anche l’attenzione all’economia. E’ quando si arriva da terra che si diventa degli aggressivi». Germano Celant così raccontava i propri inizi. Ed è stata la voglia di rivincita, di giovani venuti fuori dalla guerra, a costruire una delle più belle e intense pagine della storia dell’arte italiana recente, quella dell’Arte Povera. Gli anni Sessanta ribollivano con il boom e i movimenti di liberazione. Un gruppo eterogeneo di artisti - tra i quali Michelangelo Pistoletto, Mario e Marisa Merz, Alighiero Boetti, Anselmo, Luciano Fabro, Jannis Kounellis, Giulio Paolini, Piero Gilardi, Giuseppe Penone - captavano nuove energie, abbandonavano la staticità della pittura e utilizzavano materiali naturali. Acqua, piante, animali vivi, ferro, vetro, carbone, pietra, specchi erano elementi politici in opposizione al vivace clamore industriale del mondo pop del consumo. Germano Celant - morto ieri all’età di 80 anni a causa di complicazioni da Coronavirus dopo due mesi d’ospedale - è stato colui che nel 1967 con una mostra alla Galleria La Bertesca di Genova, ha battezzato il movimento. Ha capito le istanze e l’urgenza di artisti che manifestavano un’inedita condizione dell’essere.

«In realtà io non ho inventato niente – affermava – l’Arte Povera è un’attitudine, un’espressione così ampia da non significare nulla». Ma il critico – che condivideva il primato di italian star con Achille Bonito Oliva - non si è mai fermato. Dagli anni sessanta faceva la spola con New York dove iniziò a collaborare nel 1977 con il Museo Guggenheim diventandone in seguito senior curator. Ha frequentato la Factory di Warhol, i Velvet Undergroung, Leo Castelli e Ileana Sonnabend e il Max’s Kansas City, bar definito dal critico Paul Taylor «Il salone della psichedelia: in parte Living Theatre, in parte Animal House». Ma lo si poteva trovare anche in prima fila alle conferenze del Dalai Lama.

Vestito di nero con giacca o gilet di pelle, Celant appariva austero e serio. Erre arrotata e sguardo disincantato era glaciale, ironico, gentile ma distante. Con lui, in questo nuovo scenario da Apocalisse, se ne va una parte sostanziosa della storia, un modo di vivere volto alla conquista della libertà.

Si conclude una vicenda culturale che ha subito cambiamenti drastici impensabili e che riguarda tutta la comunità dell’arte. —

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